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Amok - Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi

Dopo quindici anni dall’uscita di “Serial Killer” classe 2003 (a cui sono seguiti altri testi ma attinenti ad oggetti diversi o variegati quali “Scena del crimine”, 2005, o “Tracce criminali”, 2006, per citarne un paio), dove venivano raccontati di assassini e vittime, di omicidi e indagini, della follia e della scelta criminale, tornano in libreria Massimo Piccozzi e Carlo Lucarelli con un nuovo appassionante volume concentrato su un nuovo fenomeno sempre più diffuso e questo perché le cose sembrano cambiate e in tutto il mondo: i mostri del crimine non sono più gli assassini seriali quanto i cd. “rampage killers” ovvero individui capaci di compiere una strage in preda alla furia omicida. Ma partiamo con ordine. Primariamente è bene precisare che in criminologia e in psichiatria clinica criminale per “Amok”, termine derivante dal malese mengamok, si intende una carica furiosa e disperata che prende campo nel folle omicida che al momento di compiere l’assassinio non ha consapevolezza e responsabilità; “la colpa era cioè insita interamente nel demone tigre, nello spirito del male chiamato hantu belian che si era impadronito del corpo e della mente del killer costringendolo a colpire e correre, correre e colpire”. I primi episodi di Amok furono originariamente osservati da James Cook intorno al 1770 quando il medesimo descrisse il caso di giovani uomini che all’improvviso e senza ragione apparente alcuna, iniziavano a correre e a gridare “Amok! Amok! Amok!” tentando di uccidere chiunque capitasse a tiro.
Ovviamente gli studi del fenomeno sono seguiti e si sono evoluti con l’evolversi delle tecniche di psicanalisi e con le teorie criminologiche e hanno assunto forme sempre più precise e puntuali proprio per far fronte a quel fenomeno in continuo mutamento che è confluito nelle stragi. Ma cosa muove il rampage murder e il rampage killer? È l’odio. Oltre alla follia, oltre al terrore, oltre al malessere interiore spesso nemmeno percepito, vi è l’odio. L’odio è un sentimento che si radica all’interno dell’individuo, che non si esaurisce in una emozione come può essere la rabbia, è una condizione che richiedere e presume una forte avversione e una profonda antipatia nei confronti dell’oggetto detestato. Non solo. L’odio raggruppa e ricomprende al suo interno anche l’invidia, la gelosia e lo stesso sentimento di amore, ma vi si contraddistingue in quanto chi aggredisce non aggredisce un aspetto definito dell’esistenza dell’altro e nemmeno la sua immagine in quanto il suo obiettivo è “l’essere” l’altro, e in ciò rappresenta la sua speciale ragione e forma di invidia. E affinché l’operazione sia efficace deve sussistere un collegamento tra la frustrazione e la scelta del bersaglio, il quale, a sua volta, deve restare nascosto e inaccessibile alla coscienza dell’individuo agente.
Da ciò altro fenomeno altamente pericoloso è quello di concentrare e focalizzare l’odio delle masse verso il diverso, come ad esempio accade dall’alba dei tempi verso il migrante, a prescindere dalla veste, dall’abito, dalla nazionalità e dal colore della pelle che indossa. Il migrante per definizione rappresenta il diverso, rappresenta l’angoscia e trae energia da quel senso di insicurezza esistenziale che è conseguenza della globalizzazione. Riscoprendoci in balia di forze sconosciute che impediscono alle nostre paure di trovare le rispettive cause, ingaggiamo battaglie sostitutive verso nemici sostitutivi che costituiscono ottimi bersagli a cui indirizzare l’attenzione, una attenzione che mixata a quella paura di cui sopra, si tramuta in odio, in dita puntate a fronte di una presunta colpevolezza. O ancora verso il compagno di scuola, verso la figura femminile, verso il collega di lavoro. Che hanno quello che non abbiamo, che “stanno meglio di noi”, che ci privano di un qualcosa che – a nostro giudizio – ci spetta di diritto.
Il lavoro di Lucarelli e Piccozzi è scrupoloso e minuzioso tanto che da detti brevi assunti si snoda e si articola in una analisi a ampio spettro che passa in una prima parte dagli school shooter (ovvero coloro che varcano una struttura scolastica attaccandone gli occupanti con armi da fuoco, ordigni incendiari o esplosivi, coltelli), ai workplace violence (ovvero alla violenza sul posto di lavoro tanto verso il dirigente che verso i colleghi), alle female mass murderers (donne assassine), all’odio verso tutti, e in una seconda parte, all’odio verso le donne, all’odio omofobo, all’odio razzista, all’odio religioso, all’odio dei terroristi, al comunicare e diffondere l’odio e al perché di questa proliferazione del sentimento e al che cosa fare dell’odio.
Uno scritto completo sotto ogni punto di vista. Tanto crimonologico che fattuale. Ad ogni tematica segue e sussiste la spiegazione scientifica e l’esempio pratico con tanto di fatti di cronaca più o meno recenti, avvenuti tanto in Italia quanto all’estero. Ma non fatevi spaventare dal contenuto. È un saggio adatto a tutti, anche a chi non conosce delle discipline giuridiche o affini. Gli autori utilizzano un linguaggio scorrevole, chiaro, senza fronzoli e appetibile alla generalità del pubblico di lettori, favoriscono l’approfondimento per chi non è ignaro della materia ma al contempo non ostacolano la lettura per chi ne è acerbo, anzi, offrono chiarimenti esaustivi e appetibili per tutti – e soprattutto per questi ultimi – man mano che introducono una problematicità.
Assolutamente da leggere. Imperdibile.

Asfodeli e avvertimenti - Antonio Morelli

« Ho un piede
nella disperazione
e l’altro nella vaghezza
Sino ad oggi – queste mattine –
Non ho toccato, qui,
le tue corde,
o senza-speranza
Ho valicato il cielo
ed il silenzio
ed il torrente
Ed il mio cuore
indiviso tabernacolo
e diviso auscultatore
ha bruciato il suo passo [..]»
cit. “Quiete inodore”.

Aprendo questa quinta raccolta di Antonio Morelli veniamo subito accolti e accompagnati nella discoperta della più profonda intimità del poeta dai versi di “Quiete inodore”, una composizione che sin dalle prime battute ci riporta a tutto il modo di essere e di relazionarsi con il mondo di un uomo che ha plasmato la sua sofferenza in vita in versi e parole di grande entità da lasciare ai posteri.
E se proseguendo nella lettura riscopriamo e riabbracciamo i temi dell’incomprensione del mondo, della solitudine, della disperazione, del malessere, del vivere in una realtà ben diversa da quella della propria interiorità, al contempo restiamo sconquassati, scossi, stupefatti dal diverso approcciarsi del Morelli a queste stesse tematiche a cui ci ha avvezzi, a questi denominatori comuni che sempre ci scortano nella sua poetica avendo lo stesso fattoli propri, avendo lo stesso intrapreso con sé stesso, e intessuto con noi, un cammino, un sentiero che ci prende per mano e che ci conduce nella dimensione onirico-reale di un individuo con al suo interno un universo di maglie di colori e sfumature tutte da assaporare e scoprire. Viaggio questo, in cui Antonio è giunto dopo un lungo percorso di auto-analisi e di coraggio. Perché per pervenire a detto risultato egli ha primariamente dovuto scandagliare la sua anima, ha dovuto isolare i suoi demoni, ha dovuto affrontarli uno ad uno per di poi, solo successivamente, poterli condividere anche con “il fuori”. Un atto di coraggio di cui ci ha fatto ancora più dono con le parole custodite in questa composizione sincopata che è “Asfodeli e Avvertimenti”.
La sensazione del conoscitore innanzi alle poesie del Morelli è quella di trovarsi in una oscurità terrena ed eterea durante la quale si erge un cammino a mani protese innanzi finalizzato a ritrovare il sentiero, finalizzato ad abbracciare quella luce che condurrà alla pace, al concludersi delle sofferenze.
La poesia si erge a metafisica, ricrea dimensioni surreali, mistiche in cui l’occhio assiste a una prosa pittorica a stampo prettamente Dechirichiano in cui si smette di riprodurre la realtà nella sua pura apparenza per indagare in quelle che sono le complesse relazioni fra cose e individui. Ci si rifiuta al principio della razionalità per avvicinarsi a ambientazioni atemporali, cosmiche, a oggetti che sottratti alle loro naturali funzioni evidenziano la rottura con il principio di causalità permettendo al poeta di descrivere una realtà spoglia di spazio-temporalità e bensì circuita e plasmata ai propri intenti. Da qui il carattere misterioso, intrigante e doloroso che trasmette al lettore il senso di alienazione, solitudine e incomprensione del mondo che è proprio della penna del verseggiatore.
Ombre queste in cui le contraddizioni ci portano a conoscere una poesia che ad una prima impressione può sembrare autoreferenziale e che non cerca interlocutori essendo fortemente radicata e circoscritta a quelle che sono le volontà dell’ideatore tanto da potersi associare all’assenza di colore del nero, dall’altro, ci troviamo di fronte ad una serie di componimenti che al contrario vogliono “uscire” dalla dimensione individualista e rendersi noti al mondo esterno grazie a tutti quegli elementi di eccezionalità e significati di cui sono connaturate, tanto da potersi identificare con la purezza e la contenutività dell’essenza di totalità del colore propria del bianco. Un parallelismo che rende preziosa e unica nel suo genere la poetica di Morelli.

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