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La ciociara - Alberto Moravia

«Così è la guerra, pensai: tutto sembra normale e invece, sotto sotto, il tarlo della guerra ha camminato e gli uomini hanno paura e scappano, mentre la campagna, lei, continua, indifferente, a buttar fuori frutta, grano, erba e piante come se nulla fosse»

Classe 1957, “La Ciociara” è il risultato dell’esperienza vissuta in prima persona da Moravia durante i nove mesi di permanenza in quel di Fondi, e più precisamente, del periodo intercorrente tra il settembre del 1943 ed il maggio del 1944.
Traendo spunto da un fatto realmente accaduto, l’autore introduce il personaggio di Cesira, contadina originaria della Ciociaria, trasferitasi a Roma a seguito del matrimonio con un pizzicagnolo, il quale venuto a mancare prematuramente le lascia in eredità non solo il negozio (a cui si somma un’attività di borsa nera sempre più promettente), non solo l’abitazione, ma anche, Rosetta, la figlia della coppia, giovane, ingenua, casta e pura.
A causa del sempre più costante e presente pericolo della guerra, la madre decide di abbandonare la capitale per tornare nella terra natia dai genitori. Sin dal principio il viaggio si dimostra essere ricco di rischi, minacce e azzardi, eppure, la donna non transige: a Roma non si torna, la campagna e, di poi, le montagne sono la sola destinazione, l’unico riparo a cui possono auspicare, e nulla e nessuno può farla desistere dal proposito.
Ma si sa, tutto ha un prezzo, tutto si paga e tutto il seminato pian piano ritorna. E’ così anche per Cesira e per Rosetta che tra quei monti tanto agognati, tra quei pastori tanto furbi e disperati, tra povertà ed ignoranza, cercano di sopravvivere, aggrappandosi, come tutti, alla speranza della liberazione, un giorno, e a quella della vittoria dei tedeschi, un altro.
Tra tutti, soltanto Michele, che è il personaggio chiave dell’opera, sembra essersi reso davvero conto di quel che significa la Guerra, di quel che questa realmente è e rappresenta. Perché quel che essa determina, lascia e comporta, non è soltanto la morte, ma anche e non di meno, una vera e propria devastazione dell’essere, un vero e proprio oltraggio alla cultura, alla tradizione, all’individuo, alla libertà, alla vita. Perché il conflitto colpisce l’onestà, la pietà, la ragione. E trasforma, muta, plasma a sua immagine e somiglianza sino a che non subentra la paura, un istinto primordiale che dall’interno consuma e divora ogni boccone di speranza, di buoni propositi, di futuro. Pochi si interrogano su quelle che sono le cause che hanno portato alle armi, l’unico pensiero è il cibo, sia quando c’è che quando non c’è, l’unico moto che spinge ad andare avanti è l’idea del domani. Siamo pedine in mano ad altri, alleati, nemici, presunti “amici”.

« ”Se tu sapessi di dover morire domani, parleresti di roba da mangiare?” “No”. “Ebbene, noi siamo in questa condizione. Domani o tra molti anni, non importa, moriremo. E dovremmo, dunque, in attesa della morte, parlare e occuparci di sciocchezze?” Io non capivo bene e insistetti: “Ma di che cosa dovremmo allora parlare?” Lui ci pensò ancora una volta e disse: ”Nella presente situazione in cui ci troviamo, per esempio, dovremmo parlare delle ragioni per cui siamo finiti qui.” “E quali sono queste ragioni?” Egli si mise a ridere e rispose: “Ciascuno di noi deve trovarle da sé, per conto suo”. Io dissi allora: ”Sarà, ma tuo padre parla di roba da mangiare appunto perché questa manca e si è, per così dire, costretti a pensarci per forza”. Lui concluse allora:” Può darsi. Il guaio si è, però, che mio padre parla sempre di roba da mangiare, anche quando c’è e non manca a nessuno”.»

Trascorrono i mesi e la tanto agognata liberazione si palesa. Giorni di festa sono quelli in cui gli americani distribuiscono le loro sicurezze effimere per, di poi, rilasciare nel baratro della disperazione gli sfollati e questi uomini e donne privati della loro quotidianità. E, allora, cosa può restare ora che anche il passaggio dei liberatori è giunto? Cosa aspettare, in cosa credere, adesso che questa aspettativa tramutata in attesa è venuta meno?
Attraverso un linguaggio forte, calato nei personaggi che nella loro semplicità sono concreti e tangibili, che nella loro genuinità dei modi e delle intuizioni si fanno amare ed odiare, abbracciare e consolare, che invitano chi legge ad entrare nel testo e spronare ad una reazione, ad una riflessione tra presente e passato, scelte ed ostinazioni, scelte ed altre scelte che avrebbero, chissà, forse potuto modificare gli avvenimenti, l’autore dà vita ad un romanzo che riesce pienamente a raggiungere il suo fine ultimo. E mediante questa penna rude che sa adattarsi alle origini di questa donna contadina ed umile, a questa madre che prima cerca di tutelare a trecentosessanta gradi la figlia per rendersi successivamente conto di esserne stata la rovina, tanto da cadere nella più profonda disperazione per quel colpo latente e profondo che colpisce al fianco, che conduce alla perdizione di sé, alla sventura, Moravia descrive il lascito di una guerra che non si ferma con il solo proclamo del “cessate le armi”, perché la guerra non è soltanto quel che è stato, la guerra è anche quel che è, ed una volta giunta al termine, si è perso in ogni caso, si è perso prima di tutto noi stessi, perché non sappiamo più chi siamo né chi eravamo.
E lo stupro, non è solo quello fisico, ma anche quello morale, di un paese privato della sua identità e che non può permettersi di non fare domande, di non cercare risposte….

«Si, lui, di certo, mi aveva spiegato in poche parole il senso della vita, che a noi vivi sfugge, ma per i morti deve essere, invece, chiaro e lampante; e la mia disgrazia aveva voluto che io non capissi quello che lui diceva, benché quel sogno fosse stato veramente una specie di miracolo; e i miracoli, si sa, sono miracoli appunto perché tutto vi può succedere, anche le cose più incredibili e rare. Il miracolo c’era stato, ma soltanto a metà: Michele mi era apparso e mi aveva impedito di uccidermi, era vero, ma io, per colpa mia di certo, perché non ne ero degna, non avevo inteso perché non avrei dovuto farlo. Così dovevo continuare a vivere; ma come prima, come sempre, non avrei mai saputo perché la vita era preferibile alla morte»

«Allora queste parole di Michele mi avevano lasciato incerta; adesso, invece, capivo che Michele aveva avuto ragione, e che per qualche tempo eravamo state morte anche noi due, Rosetta ed io, morte alla pietà che si deve agli altri e a sé stessi. Ma il dolore ci aveva salvate all’ultimo momento, e così, in certo modo, il passo di Lazzaro era buono anche per noi, poiché grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtuttavia la sola cosa che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto se fosse stato con noi»

Romanzo 11, libro 18 - Dag Solstad

Bjorn Hansen, cinquantenne, è un uomo dal passato e dalla vita sentimentale molto movimentati. Diciotto anni prima, infatti, ha abbandonato la moglie e il figlioletto di appena due lustri, per seguire l’amante, Turid Lammers, in Kongsberg, una cittadina sita al centro della Norvegia, e più precisamente, ubicata sul fiume Lagen, corso d’acqua che serpeggia elegante attraverso tutto l’abitato e dividendola in due sezioni; una Nuova ed una Vecchia. Impiegato al Ministero e con una proficua e certa carriera da funzionario davanti, dopo un breve periodo quale pendolare, lascia poi l’impiego per abbracciare un nuovo lavoro, quello di esattore delle tasse nell’odierno indirizzo di residenza. E questo nuovo incarico, sembra persino migliore del precedente più prestigioso e redditizio, agli occhi della compagna. Ormai radicato nel comune, l’uomo si avvicina anche al teatro dove inizia una collaborazione sempre più stringente, ma di poco successo, con la compagnia dove l’ex amante – ora fidanzata/moglie ufficiale – a sua volta presta la sua arte. Trascorsi altri 14 anni, la passione, che già da tempo si era affievolita e che era destinata a venire meno sin dal principio, definitivamente si spegne.
Arrivati al presente, ritroviamo ora Bjorn felicemente solo ed in procinto di portare avanti una stringente frequentazione col Dottor Schiotz, medico con il quale discute non solo di vita e di patologie ma anche di un’idea, un’idea alquanto strana e fuori dalle righe che da qualche tempo gli albeggia in mente….
Non mancherà, ancora, di riapparire, Peter, il figlio, che non tarderà a portare nella quotidianità del protagonista, sprazzi, di quella paternità rinnegata, rifiutata, rifuggita. Dubbi, paure e perplessità, si paleseranno nell’intimo del cinquantenne, il quale, di fronte a questa convivenza forzata non potrà non domandarsi il perché di certi comportamenti dell’ormai adulta prole. E tra senso di fallimento, rievocazioni del passato (tra cui, la messa in scena de “L’anitra selvatica” di Ibsen), insoddisfazione, smarrimento e perplessità, non resterà che compiere un gesto estremo necessario e finalizzato a mettere un punto su quello che è il dramma della propria vita. Ma qual è la verità? E’ davvero possibile redimersi? Indossare dei nuovi panni, liberandosi, di quelli fino ad ora indossati? E’ possibile abbandonare la propria maschera e capire quale abbiamo davvero fino ad ora vestito?
Con “Romanzo 11, libro 18”, Dag Solstad offre al lettore un testo diverso dal solito, introspettivo e riflessivo negli intenti, ma che, sinceramente convince a metà. Seppur sia un elaborato di appena 187 pagine (formato Iperborea, quindi 90/100 in qualsiasi altro), esso si fa percepire come un volume ricco di contenuti, contenuti che però indugiano, faticano, temporeggiano ad arrivare tanto che chi legge a più riprese si interroga sullo scorrere degli avvenimenti ma anche sulle incongruenze del protagonista stesso. Perché, a voler essere del tutto sinceri, per quanto l’avventuriero cerchi di catapultarsi nella mente di Bjorn, per quanto cerchi di entrarvi in empatia, proprio non ci riesce giacché taluni suoi comportamenti, alcune sue scelte, risultato inspiegabili ed irreali. Se a questo si somma una narrazione lenta, che segue le fila di una sorta di monologo tra presente e passato con delineazione quasi teatrale, mixato per di più a delusioni e insuccessi, non stupirà la crescente perplessità che resta al termine del componimento.
In conclusione, titubante, irrisoluto, dubbioso.

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