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La rilegatrice di storie perdute - Cristina Caboni

Sofia Bauer a seguito del suo matrimonio con Alberto De Santis ha dovuto accantonare tutte le sue passioni nonché il suo lavoro in biblioteca. Essendo il legame giunto a conclusione, la donna decide di separarsi dal compagno. Da questo momento la sua vita cambia: se da un lato un misterioso libro riesce ad affascinarla e a risvegliare tutti i suoi interessi, dall’altro, Tomaso Leoni, grafologo che l’accompagna nella risoluzione del segreto che ruota attorno a quelle pagine, forse riuscirà a farle battere il cuore come nessuno è mai riuscito a fare.
E’ mediante “Discorso sulla natura”, primo volume de “L’elogio della perfezione” (composto da: “Discorso sulla natura”, “Discorso sull’uomo” e “Discorso sul pensiero”) di Christian Philipp Fohr, che la protagonista viene a conoscenza dell’esistenza di Clarice Marianne Von Harmel, giovane nobile nata e cresciuta nel 1800 e in qualche modo legata al tedesco. Nel restaurare il testo, ormai lacero e rovinato dal tempo, essa recupera una lettera da quest’ultima scritta. Chiaramente questa rinvia agli altri capitoli, ma perché? Che indichi l’esistenza di un disegno più grande collegato alla trilogia? E che ruolo ha Clarice in tutto questo? Affiancata da Tomaso, Sofia non si fermerà davanti a nulla, perché deve scoprire dell’arcano. E sarà tramite questa analisi che ritroverà anche se stessa.
Con un linguaggio chiaro e elegante, Cristina Caboni dà vita ad un elaborato piacevole che racchiude al suo interno molteplici riflessioni su quella che è la condizione della donna e la sua evoluzione nei secoli. Lo scritto si fa scoprire rapidamente da chi legge e invoglia ad andare avanti soprattutto per la riscoperta dell’enigma che si cela dietro la figura dell’autrice delle lettere.
Unica difficoltà che ho riscontrato nello scorrimento è stata l’eccessiva impostazione fiabesca del componimento. La sensazione è infatti quella di trovarsi di fronte ad un testo che negli intenti ha un’ottima base di presupposti ma che nel concreto fatica a risultare plausibile perché troppo novellato. A più riprese, non celo, di essermi trovata a pensare di essere di fronte ad una favola.
Nel complesso, quindi, un libro gradevole, non impegnativo, adatto a chi ama le storie romantiche e con quell’alone di mistero radicato nel passato. Da leggere ma con questi presupposti.

«Non sarò certo io a doverle ricordare che i libri sognano. [..] Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni» p. 83 (cit. di Ennio Flaiano).

Le tre del mattino - Gianrico Carofiglio

Era appena adolescente, Antonio, quando gli è stata diagnosticata la patologia dell’epilessia idiopatica. Dopo un primo consulto in Italia, il giovane, con il padre, matematico ed insegnante, e la madre, docente di lettere, ormai separati, decide di recarsi in Francia, a Marsiglia, presso lo studio del Dottor Gastaut, un luminare nel settore della malattia de qua. A seguito di questo la vita del paziente torna ad essere “quasi normale”, può riprendere gran parte di quelle abitudini a cui era stato costretto a rinunciare e la sindrome sembra ormai essere sotto controllo. Trascorsi tre anni (siamo circa nel 1983), padre e figlio – ormai diciottenne – tornano in quel de la ville francese per il responso ultimo: sarà Antonio definitivamente guarito oppure dovrà continuare a sottoporsi alla terapia?
Apparentemente, il ragazzo sembra essersi ristabilito, il medico però, decide di sottoporlo ad un’ultima prova, la cd “prova da scatenamento” (oggi vietata e sconsigliata negli ambienti clinici). Padre e figlio, obbligati a causa di quest’ultima, a restare svegli per ben 48 ore consecutive (senza farmaci curativi e supportati soltanto da sorta di pillole a contenuto anfetaminico, atte e necessarie a evitare che il sonno sopraggiunga), si conosceranno, forse, per la prima volta, e, in questo colloquio inaspettato, riusciranno a mettersi a nudo, con le loro paure, forze e fragilità. Un’intimità, quella ritrovata, che Antonio, ricorda ormai da uomo adulto, con un vigore e una forza tale da far supporre che quei giorni siano celati in tempi brevi e non nei recessi della memoria.
Il tutto è avvalorato da una penna briosa, rapida, fluente e affatto impegnativa. La prima sensazione che coglie il lettore nello scorrimento delle vicende è, infatti, la leggerezza, nonostante, i contenuti, siano di indubbia riflessione. Carofiglio si distingue dal suo solito modus operandi ed anche se è percepibile la sua impronta “dietro” il componimento, non si può non apprezzare il tentativo di rinnovamento che in esso è racchiuso. Significativo anche il dato di provenienza delle vicende, liberamente ispirate a fatti realmente accaduti.
Una storia intensa, meditativa che tocca le corde più intime dei rapporti umani e familiari.

«Ero scettico e lui per convincermi ha citato un grande matematico polacco, Stefan Banach: diceva che i buoni matematici riescono a vedere le analogie ma i grandi matematici riescono a vedere le analogie tra le analogie. E’ una definizione geniale, e il mio amico diceva che la stessa cosa vale per i giuristi: quelli bravi colgono le analogie, le omogeneità e le disomogeneità, i grandi le analogie fra le analogie. Sono capaci di portare il discorso su un livello diverso.»

«Se la gente crede che la matematica non sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita»

Tre donne - Dacia Maraini

Gesuina, Maria e Loredana, rispettivamente, nonna, madre e figlia, sono le tre donne protagoniste dell’ultimo componimento di Dacia Maraini, persona di grande cultura e acume che ho avuto il piacere di incontrare ed ascoltare a più presentazioni.
Gesuina, ex attrice, ama l’amore e non vi si sottrae nonostante i suoi sessant’anni, circostanza quest’ultima che non è ben vista dalla nipote, la quale, ritiene che al contrario “alla sua età” dovrebbe comportarsi più da nonna e meno da ragazzina.
Maria, traduttrice, è colei che fa da ago della bilancia alla famiglia. Il suo vivere di libri la rende inconsapevole di quel che la circonda, di quel che le accade accanto. E’ apatica, autistica al mondo circostante, soltanto Francois, il grande amore con cui si scambia epistole in forma (ostinatamente ancora) cartacea riesce a riportarla nel mondo dei vivi e a farle battere il cuore.
Loredana, detta Lori, e i suoi piercing e tatuaggio del drago sulla schiena, figlia della predetta interprete, è in piena età adolescenziale, non conosce i valori e non sa gestire i sentimenti e le emozioni, è arrabbiata col mondo, è egoista, si interroga sul futuro e pone in contrasto la sua visione dell’Italia con quella del fidanzatino Tulù. E’ in continua ricerca di attenzioni, che mai arrivano. Al suo interno è timida e tenera.
Ciascuna è accomunata all’altra dai silenzi della quotidianità e dalla redazione di un piccolo diario in cui tutti i fatti e gli avvenimenti della giornata sono annotati con dovizia e cura. Mentre Gesuina li fa propri su un piccolo registratore portatile, Lori li redige su un quadernetto a fiori celato in un incavo della parete della propria camera e, invece, Maria, lo compone come se il suo interlocutore fosse il suo homme francese e dunque lo redige quasi sotto la forma di un’ulteriore missiva in cui annota lunghi pensieri e corpose parole sulle due coinquiline.
Un equilibrio labile e precario, quello descritto, che è destinato a disintegrarsi quando nelle loro esistenze, il grande amore irrompe non più platonicamente, su carta, bensì, in carne e ossa. L’irreparabile si insinua tra le mura della casa e quel che mai sarebbe dovuto accadere, accade. Da qui la mutazione dello scritto, la sua evoluzione. Le protagoniste sono costrette a far buon viso alle funeste circostanze, sono costrette a rimettersi in discussione, a fare i conti con i propri errori e le proprie paure.
Nel breve lungo racconto di Dacia Maraini, tema portante è la difficoltà della comunicazione nella società moderna e nella famiglia mixato, ad un’analisi della società stessa e della sua freneticità nonché a questa grande fame d’amore e di affetto che si palesa nelle anime e nei cuori dei personaggi delineati. Ciascuno ha un bisogno, una mancanza, una voglia di conoscere, una nostalgia di questo sentimento, un sentimento che da ognuna viene cercato nel luogo sbagliato, nel canale errato.
Tre esistenze, tre visioni della realtà, tre spaccati, tre impostazioni femministe e femminili diverse.
Ma se dal punto di vista contenutivo e degli intenti la novellatrice non delude, purtroppo viene spontaneo evidenziare che qualcosa nel testo manca. La sensazione è quella di incompletezza, per quasi 2/3 del romanzo (ovvero sino alla rivelazione dell’irreparabile che porta alla conclusione del componimento in poco più di 40/50 pagine su un volume di 204) ci si domanda dove ella voglia arrivare, cosa ci voglia dire. Molteplici sono le riflessioni che inserisce a più punti, meditazioni che chiaramente vogliono congiungere ad un disegno più grande ma che non sono immediatamente percepibili. Questo e il fatto che l’opera è narrata attraverso l’espediente del diario, rallentano la lettura (che badate bene, si esaurisce in poche ore) e ne fanno perdere di intensità. Sfiancano e quasi annoiano. E per quanto il conoscitore sia sconvolto dalla piega che le vicende prendono, per quanto chi legge sia invogliato all’analisi interiore, non può sopperire e venire meno a questi aspetti, a questi dati.
In conclusione, un libro introspettivo, piacevole ma anche incompleto, un volume che convince a metà. Da leggere ma non, se non si conosce l’autrice, come prima opera perché certamente non rappresenta quella che è la poetica della medesima.

«E’ proprio quello il bello, Lori, la tenerezza ha un suo valore nascosto ma profondo: la lentezza del pensiero, la lentezza della parola, la lentezza della scrittura, il grande privilegio di un tempo di sciatte velocità; la lentezza che pianta i suoi semi nella carne, allunga le radici, cresce, si fa foglia, fiore, albero, il respiro dell’universo.»

«Mi ha molto impressionato questa descrizione e credo di aver capito da quel racconto quale forza possano avere le parole quando diventano musica e pensiero: una struggente e commovente strategia di sopravvivenza» p. 16

Accabadora - Michela Murgia

Anni ’50, Soreni, Sardegna. Maria Listru, figlia di Anna Teresa Listru, è una fill’e anima. Quarta e ultima nata, viene adottata da Tzia Bonaria Urrai, nubile benestante e sarta di facciata. Sono i lustri in cui nell’entroterra sardo è diffusa la pratica del “fillus de anima” ovvero di quell’accordo ingenerato tra privati per cui si manifesta l’affidamento volontario e consensuale di un figlio da parte dei genitori a terze persone. La piccola si ritrova così in una nuova casa, con nuove regole perché quelle della madre adottiva sono legge di Dio e come tali vanno rispettate, e con uno spazio tutto per sé. L’anziana, resasi conto delle condizioni economiche e affettive in cui la giovane è vissuta, inizia un vero e proprio lavoro di ricostruzione, un lavoro atto a creare prima di tutto un rapporto di amore, di rispetto e di famiglia.
E quello che si instaura tra le due, è un legame fortissimo. Bonaria dona alla bambina istruzione, saggezza, intelligenza, severità, affetto e generosità, tanto che questa ha tutti gli strumenti per crescere sana e responsabile, ha tutti gli strumenti per crescere nella consapevolezza che alcune cose possono essere fatte, mentre altre, no. Questi concetti, purtroppo, non sempre e non necessariamente coincidono con l’idea filosofica del giusto e dello sbagliato.
Ma l’opera non si esaurisce con quanto sino ad ora esposto. Attorno alla figura di Bonaria si cela il mistero, il segreto. E’ oggetto e destinataria di domande, domande alle quali non può essere data risposta, domande, ancora, che semplicemente non possono essere poste. Maria si impegna a mantenere il silenzio, a domare la curiosità. Non sa spiegarsi il perché di quelle improvvise uscite notturne, ma sa anche che l’anziana è stata categorica in merito. Quando scoprirà quel che davvero si cela dietro la sua figura, quel che queste sortite notturne hanno ad oggetto, resterà destabilizzata e si staccherà da quel ventre materno che l’ha tirata sù per ritornarvi soltanto dopo aver maturato, soltanto quando alcuna parola è più necessaria perché ogni silenzio vale più di ogni verbo espresso.
Caratterizzato da un linguaggio curato, fluente, quasi magico, uno stile narrativo capace di far rivivere le tradizioni, le superstizioni e le credenze della cultura sarda, “Accabadora” è un romanzo che si auto conclude in appena una giornata ma che lascia il segno. L’intero suo scorrimento è caratterizzato da quell’alone del mito, della fiaba mixato alla trattazione di argomenti attuali ed infine, alla dimensione eterna. Quest’ultima è quella che parla dell’orgoglio, dei doveri di una figlia verso la madre e della madre verso la figlia, della vita, del significato che le attribuiamo, di quando questa perde quei connotati che siamo soliti riconoscere quali elementi giustificativi di dignità e di vivere.

«Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia»

«Ci sono cose che si sanno e basta, e le prove sono solo conferma»

Il libro dell'inquietudine - Fernando Pessoa

«Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili» p.25

I pensieri racchiusi ne “Il libro dell’inquietudine” sono pura e semplice poesia, sono pura e semplice riflessione. Malinconici e intrisi di sentimento, essi giungono dritti al cuore del lettore che, inequivocabilmente non può che restarne affascinato, disturbato, trafitto. Soares, alterego dell’autore stesso, è eteronimo della personalità mutilata, dell’affettività, del raziocinio, della perdita, dell’affettività. Caratteristica, quest’ultima, che emerge in particolare nella seconda parte dell’opera, sezione in cui il protagonista si abbandona completamente al tedio. Non è attirato da alcunché, vive annullandosi, privandosi anche di quelle certezze e di quelle costanti affettive che sono proprie di ogni vita. Le emozioni diventano un qualcosa di a sé stante, si dimostrano essere un qualcosa che nasce dall’intelletto e non dall’esperienza di vita. Da ciò quest’ultima è percepita quale falsa, affetta dalla noia, è marcia, incurabile, perduta. E come questa, è percepita in tal senso, anche il dolore che viene provato lo è. Perché il novellatore è fingitore e per convivere con il malessere deve autoconvincersi che pure questo non è verità.
Pessoa rifiuta, ancora, la materia ed è mosso, nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni, dallo sconforto. Uno sconforto che trova radice tra la dissipatezza tra mondo reale e sogno. Il mondo illumina l’uomo, gli dà vita, bellezza. Eppure, questo, si scontra con la dimensione onirica e con l’abito che ciascun essere umano è chiamato ad indossare. Egli, per primo, nutre un profondo disagio nel vestirlo. E’ stanco Fernando, è stanco di vivere di sogni, ne è ubriaco. Tanto che, stenta a ricordare quale sia la realtà. E’ stanco del rimpianto, della nostalgia, della consapevolezza del suo essere diverso da chi lo circonda, è stanco del suo non essere amato per la diversità. L’anima eccessivamente sensibile, dunque, finisce col chiudersi, col rifuggire al sentimento. E’ come se si rivestisse di una patina che gli impedisce di soffrire, di saggiare. Il suo sognare contrasta con l’assenza di praticità della sua mente, la sua consapevolezza di superiorità, si fronteggia, nuovamente, con quel muro di pietra che lo circonda.
Questa patina di protezione di cui si serra, procrastina la sua solitudine. Perché, seppur egli susciti simpatia, mai nessuno riesce a conoscerlo nel profondo. Mostra soltanto gli aspetti necessari, si apre ad amici immaginari in altrettanti caffè immaginari, rifugge nello scrivere che non è solo meditazione o valvola di sfogo ma pura e sempre necessità, e quindi si autocondanna all’insofferenza, all’isolamento. Né è conscio, così come è attratto dal nulla innanzi alla certezza dell’inutilità del suo sforzo “mistico”, ma tuttavia, non se ne distacca perché la vita è dolore, pena, crocefissione. L’uomo è carne, è azione, è omissione, è pensiero, è quel che accetta di essere.
E così, come l’artefice passeggia nei meandri della mente, del pensiero, dell’io, il lettore lo accompagna, passo passo, rapito da quella poetica e da quella penna magica di cui è insaziabile. Riflessioni, quelle descritte, che si evolvono nel procedere dell’opera, mutando, acquisendo – nella prima parte – e perdendo – nella seconda – colori, vitalità, come se l’anima si fosse distaccata dal corpo, dalla nostalgia, dalla sofferenza. La sensazione che ne scaturisce è quella del freddo, del vuoto, dell’assenza. Condizione, quest’ultima, che paradossalmente, porta ai massimi livelli le stesse percezioni che dovrebbero assuefarsi, anestetizzarsi, annullarsi.

«Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenze degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, sui tetti [...]. Un'aurora in campagna mi fa star bene; un'aurora in città mi fa star bene e male, e perciò mi fa star meglio. Sì, perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare. E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.» p. 56
«Di solito attribuiamo alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostre nozioni del noto. Se la morte la definiamo un sonno, è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita. Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici. Ma è così la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L'oggetto diventa veramente altro, perché noi l'abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l'arte le conferisce la allontana da se stessa. Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.» p. 76

«Ogni sforzo è un delitto, perché ogni gesto è un sogno inerte» p. 206

La ballata di Iza

«Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?»

Con “La ballata di Iza”, Magda Zsabò, dà vita ad un romanzo di grande intensità che si concentra su quelli che sono i rapporti umani e sulla sovente incapacità di essi. Alla base delle vicende narrate vi sono Etelka, un’anziana donna nata e cresciuta in un paesino di provincia, madre di Iza Szòcs, medico reumatologo residente in Pest, Vince, giudice riabilitato marito della vecchia e padre della giovane, Antal, ex marito della figlia e a sua volta dottore e Lidia, infermiera che ha vegliato sugli ultimi giorni di vita del magistrato.
Da una prima analisi l’opera chiaramente tende ad incentrarsi su quel che è il rapporto tra questa madre e questa figlia a seguito della morte del coniuge a causa di un cancro irreversibile. Di fatto, successivamente si stacca da questa visione per abbracciarne una più ampia e su larga scala.
Per non lasciare la mamma da sola, Iza decide di portarla con sé in quel di Pest, luogo dove la collocherà e dove pretenderà, senza rendersene conto, l’impossibile. La giovane assume immediatamente un atteggiamento di controllo verso colei che l’ha cresciuta, la studia come se fosse un caso clinico, si affida ai parametri ottenuti dai vari esami cui costantemente la sottopone, ma mai si interroga sull’agire dell’altra, mai si domanda il perché di certi suoi comportamenti e/o silenzi. Rifugge a essi, rifugge a tutto quel che richiede una valutazione approfondita. Non tollera le sue iniziative, non ha pazienza e silenziosamente la condanna. Perfino il nuovo compagno, Domokos, scrittore, che rappresenta nell’opera colui che è chiamato con le parole a rendere e descrivere emozioni e sentimenti, percepirà sempre, sino al momento conclusivo del volume, la figura della professionista in modo non chiaro quando al contrario, vivo sarà il dolore percepito al pensiero di questa attempata vedova. Tutto quel che viene fatto dall’anziana per cercare di dimostrare il suo affetto, per cercare di rendersi utile in questa realtà in cui dalla mattina alla sera si ritrova, è mal visto dalla dottoressa e, per riflesso, da chi la circonda tanto che, a furia di essere ammonita o brontolata, finisce col perdersi, con il dimenticare chi è. Non sa più pensare, non sa più fare alcunché. Perché i giovani hanno sicuramente ragione, perché Iza certamente sa quel che è giusto e quel che è sbagliato, quel che è corretto fare e quel che non lo è. Capisce di suscitare pena in chi le è accanto, ritiene di rappresentare un peso, vive come se lo fosse e nessuno – tranne forse lo scrittore e Antal che purtroppo risiede in una città lontana – si prefigge di dissuaderla da questa convinzione. Da questo momento le sue giornate sono scandite da solitari viaggi in tram o da lunghe soste nella propria stanza a fissare il vuoto e ad interloquire silenziosamente con il defunto marito.
Nel mentre, Antal, figlio di un acquaiolo, nato dal nulla e cresciuto in collegio grazie alle sovvenzioni di un avvocato che per anni doveva nascondere la propria colpa nella catastrofe che ha determinato il decesso del padre di questo, ristruttura l’abitazione della famiglia Szòcs, luogo che ha acquistato e in cui è tornato a vivere insieme a Capitano, leprotto che ha da sempre accompagnato le vicende dei protagonisti. Alcuno riesce a spiegarsi perché dopo quattro anni di matrimonio abbia deciso di interrompere la sua relazione con la collega. Nessuno è in grado di darsene una spiegazione. Il lettore, pagina dopo pagina arriverà a comprendere quelle che sono le motivazioni, quel filo a cui lo stesso ha dovuto aggrapparsi pur di non affondare, pur di non lasciarsi annientare da questa donna così fredda, maniaca del controllo, autistica alle emozioni, anaempatica, egoista. Perché Iza è una donna altruista solo in apparenza. I suoi gesti di cura, aiuto e apprensione verso il prossimo non sono mai mossi da uno spirito di autenticità, i suoi comportamenti, le sue imprese, parole e azioni sono sempre ponderate, calibrate al dettaglio, esposte in funzione di quel che l’interlocutore materialmente è dovuto a sapere. Cercherà anche, l’uomo, di salvare la cara mamma a cui si è affezionato nel tempo e da cui ha odiato distaccarsi col divorzio, ma sarà ormai troppo tardi. Perché quella sete di Etelka non può in alcun modo essere placata. La sua è una sete, inarrestabile, descritta con grande forza nel capitolo intitolato, appunto, “Acqua”. Ancora, a niente è servito il richiamo di Iza, ormai è troppo tardi, la sua è una ballata che non può che essere condotta che in solitudine.
Suddiviso in quattro grandi capitoli intitolati “Terra”, “Fuoco”, “Acqua”, “Aria” e caratterizzato da uno stile limpido, forte, duro, che trafigge chi legge trasmutandolo nella dimensione descritta, Magda Szabo dona al conoscitore un testo di grande empatia e contenuto, un volume che si percepisce con mano e che seppur in modo diverso rispetto a “La porta” resta indelebile nel cuore e nell’animo di chi legge. Potrei dire ancora molto, su questo elaborato, ma decido volontariamente di fermarmi per non rovinarvi il gusto di una lettura che sinceramente consiglio.

«Aveva ragione, aveva di nuovo perfettamente ragione, ma le persone anziane hanno passato la vita insieme ai loro oggetti, per loro ogni cosa possiede un valore molto più profondo che per i giovani»

«Ogni giorno si raccontava che Iza non l’aveva lasciata sola nella sua vecchia casa, aveva sistemato ogni cosa al suo posto, le aveva impedito di lavorare, si prendeva cura di lei, la ricopriva di doni. Dopo piangeva, a lungo, piena di vergogna, perplessa.»

Beren e Lúthien - John Ronald Reuel Tolkien

Come molti sapranno, la storia originale di Beren e Lùthien è contenuta nel Silmarillion, opera mitopoietica composta da J.R.R. Tolkien e pubblicata postuma, nel 1977, dal figlio Christopher in collaborazione con Guy Gavriel Kay.
In questa edizione pubblicata dalla Bompiani, edizione arricchita ed avvalorata dalle precise e meticolose illustrazioni di Alan Lee, ci ritroviamo ad Arda, dove Beren, un cacciatore mortale che vive nei boschi, incontra per la prima volta, Lùthien, una bellissima elfa. Tra i due scoppia immediatamente l’amore, un sentimento però a cui si oppone il padre della ragazza che per disincentivarne il proseguo pone un vincolo a Beren: soltanto se questo sarà in grado di portargli uno dei Silmaril che si trovano incastonati nella corona di Morgoth, potrà avere in sposa la figlia. E’ chiaro sin dal principio che trattasi di un’impresa disperata, eppure, l’uomo, grazie all’aiuto della compagna stessa, riesce ad impossessarsi dell’oggetto imposto dal genitore quale dazio al loro amore.
Una storia, quella descritta, fortemente empatica e che certamente non mancherà di fare breccia nel cuore degli appassionati. Eh sì, perché Tolkien ha da sempre sentito detta vicenda quale fortemente vicina, rivivendo con essa quella era la sua personalissima storia d’amore con la moglie Edith (n.b. sulle lapidi delle rispettive tombe, sono stati, non a caso incisi, proprio i nomi di Beren e Lùthien), talché non si è risparmiato nel descriverne le avversità, i dilemmi, le difficoltà relative ai preconcetti, all’appartenenza a due diverse razze. E vi è riuscito semplicemente avvalendosi di un linguaggio poetico, ricco, elegante, che accarezza ed accompagna chi legge.
Nello specifico l’opera si presenta in una doppia chiave di lettura: da un lato è in prosa, dall’altro in versi. Christoper Tolkien, con meticolosità matematica, si prefigge l’obiettivo di mostrare quelli che sono gli sviluppi della leggenda inerente a questi personaggi e per farlo si avvale proprio di questa duplice impostazione. Suo scopo principale è quello di riuscire a riportare alla luce i passaggi più descrittivi e significativi della drammaticità del sentimento, elementi che purtroppo hanno finito col perdersi nello stile riassuntivo e condensato del Silmarillion, elementi ancora, che in alcuni casi vedono la luce per la prima volta.
Il fine di questo volume è dunque ben diverso da quello dei tomi della “History of Middle-Earth” da cui scaturisce, obiettivo infatti non è quello di fungere da appendice a quei libri bensì di provare ad estrarre da questi un elemento narrativo che era, nella complessità dei predetti, in continua metamorfosi, evoluzione. Conseguenza inevitabile di questa scelta è che il libro non può prestarsi alla lettura di tutti indiscriminatamente. Anzi.
Esso si presenta ottimo ed adatto alla lettura di chi ha conosciuto ed amato la storia di Beren e Lùthien né il Silmarillion perché consente di ricostruire ed approfondire tutte quelle varie tappe che hanno portato alla maturazione degli eventi, ma non anche a chi, al contrario ne è digiuno. Per questi ultimi, scoprire dei dettagli delle prime stesure del racconto, o ancora trovarsi innanzi ad una novella che alterna due modalità narrative può essere destabilizzane e rischiare di far perdere di attenzione. E’ vero che il linguaggio adottato è meno pedante rispetto che ad altre opere dell’autore, tanto che quindi la fruizione è più agevole, ma è anche altrettanto vero che per poter apprezzare gli approfondimenti che sono alla radice dell’ideazione del componimento, è necessaria una conoscenza almeno minima delle avventure. Non solo, la sensazione a più riprese è quella di trovarsi di fronte ad una antologia vera e propria.
In conclusione, una storia per anime romantiche arricchita da illustrazioni ineccepibili e per gli appassionati di storie fantastiche.

Il cerchio - Dave Eggers

Quando George Orwell nel 1949 – data della prima pubblicazione – dette luce a “1984” mai avrebbe pensato che le sue parole potessero rivelarsi tanto profetiche quanto reali e di ispirazione. Molteplici sono i romanzi che hanno tratto spunto dalle opere del passato, molteplici sono i componimenti che anche involontariamente, ne rievocano le sensazioni. Questo è un po’ quel che accade con “Il cerchio” di Dave Eggers classe 2014.
Sin dalle prime battute, infatti, il rimando a Orwell e ad altri scrittori del medesimo filone, è inevitabile. Soltanto che, in questo caso, Eggers, traspone e concentra le conseguenze del presente su un futuro nemmeno poi così lontano e dispotico se si pensa alla realtà in cui oggigiorno viviamo, una realtà scandita dai social network. Partendo da questo assunto, ed inevitabilmente estremizzandolo, l’americano concretizza e realizza una perfetta fotografia della società attuale.
Mae Holland, ventiseienne, viene assunta – su raccomandazione dell’amica universitaria Annie – al “Cerchio”, un luogo che non è solo e soltanto un posto dove il lavoro si estrinseca, quanto un vero e proprio centro di ricerca e gestione delle informazioni web nonché una location in cui materialmente il dipendente è chiamato a vivere. Il giudizio, infatti, sul rendimento è determinato tanto dall’effettiva produttività (calcolata al minuto su un indice di 100% quale valore massimo e 0 quale minimo e con una soglia di merito che non deve mai scendere sotto il 95%) ma anche dalle interazioni sociali a cui il medesimo operatore partecipa. Da un monitor, la ragazza, finisce con il trovarsi a lavorare con oltre 9 schermi, ed è chiamata a rendere nota qualsiasi informazioni ad essa attinente. Più interagisce, si iscrive ai vari gruppi, dialoga e risponde alle singole richieste degli utenti, più la sua posizione in classifica va a salire e a procrastinarsi ai massimi livelli. All’interno del Cerchio c’è tutto, dai centri benessere, all’assicurazione sanitaria per gli impiegati e i loro familiari, a controlli medici costanti che si estrinsecano di settimana in settimana e che tengono sotto controllo giornalmente, mediante degli appositi braccialetti, ogni funzione vitale degli stessi. Mantra dell’organizzazione è la trasparenza. Gli strumenti digitali non sono altro che il miglior mezzo per diffonderla, garantirla. Dunque, perché nascondersi? Perché celare? Perché avere dei segreti?
Di fatto, in questo sistema, “TUTTO QUELLO CHE SUCCEDE DEVE ESSERE CONOSCIUTO”, e dunque, “LA PRIVACY E’ UN FURTO. I SEGRETI SONO BUGIE: CONDIVIDERE E’ PRENDERSI CURA”.
Il risultato finale è che si perdono completamente le interazioni sociali, la vita diventa un film (un po’ come già nel quotidiano accade) e tutto quello che è realtà finisce col fondersi con la finzione. Indistinguibile è l’una dall’altra. E Mae, sarà l’emblema di questo risultato. Accetterà di farsi filmare 24 h su 24, perderà il confine tra il pubblico e il privato e sarà talmente parte del meccanismo che la visione di chi, come Mercer o i suoi genitori, al contrario ne è estraneo, sarà rifiutata, interdetta. Diventa, semplicemente autistica ad ogni emozione, stimolazione esterna. Significativi in questo senso sono alcuni passaggi dell’opera in cui i rapporti con l’amica di sempre Annie risultano sfalzati, non veritieri, artefatti, e nonché quelli con l’ex fidanzato e i genitori, figure che arrivano a rifiutare qualsiasi rapporto con lei, soprattutto a seguito della cena che si tiene presso l’abitazione natia della ragazza. Durante lo svolgimento di questa, la donna non alza la testa dal proprio dispositivo telefonico e, oltretutto, non resiste alla tentazione di condividere l’immagine del lavoro del vecchio compagno. In un’altra occasione, purtroppo, rivela anche alcuni aspetti dell’intimità dei genitori, carattere questo che porterà alla rottura di ogni legame. Vano, relativo e superfluo ogni tentativo di cancellare le riprese, perché al “Cerchio” nulla può venire meno. Deve stare tranquilla, Mae, tempo qualche giorno e la notizia passerà in secondo piano.
Con il proseguo dell’opera vedremo ancora come la trasparenza giunga a tramutarsi in controllo, anche politico. Il singolo non è consapevole di quel che fa nel collettivo così come il cerchio finisce con l’essere una entità che con i suoi tentatoli arraffa e divora tutto quel che trova sulla sua strada.
Ciò avviene mediante l’ausilio di un linguaggio a volte farraginoso e non molto fluente ma che si caratterizza e confà perfettamente a quelle che sono le vicende narrate. L’impressione può essere quella di trovarsi in un “reality show”, ma essendo le circostanze così vicine e palpabili, chi legge finisce con il ravvisarvi situazioni realmente vissute tanto che non può sottrarsi alla riflessione. E come il Cerchio risulta snervante per i protagonisti dell’opera – anche per quelli assuefatti – lo è anche per il lettore che si sente in gabbia, si sente destabilizzato. “Il cerchio” riesce a trasmutare l’avventuriero conoscitore nelle vicende, tanto che l’effetto del sistema è percepibile su pelle con ogni suo retroscena. Perfettamente calzante anche il finale.
In conclusione, una lettura riflessiva, intelligente, non frivola, destabilizzante, attuale e non così lontana.

«Mercer, il Cerchio è un gruppo di persone come me. Stai dicendo che in qualche modo siamo tutti in una stanza, in qualche posto, a sorvegliarti, a progettare il dominio del Mondo?»
«No. Prima di tutto, lo so che è tutta gente come te. Ed è questa la cosa più terrificante. Individualmente voi non sapete quello che fate collettivamente. Però, in secondo luogo, non dovreste fare troppo affidamento sulla benevolenza dei vostri capi. Per anni c’è stato un tempo felice in cui gli uomini che avevano il controllo dei più importanti canali Intenet erano davvero persone abbastanza perbene. O almeno erano rapaci e vendicativi. Ma io ho sempre avuto questa preoccupazione: e se qualcuno volesse usare questo potere per punire quelli che l’hanno sfidato?»
«Che stai dicendo?»
«Credi che sia solo una coincidenza se ogni volta che un membro del Congresso o un blogger parla di monopolio viene immediatamente coinvolto in una terribile controversia a base di sesso, pornografia e stregoneria? Per vent’anni Internet ha avuto la possibilità di rovinare chiunque in due minuti, ma nessuno, fino ai tuoi Tre Saggi, o almeno a uno di loro, si è mai proposto di farlo veramente. Vuoi farmi credere che questa per te è una novità?»
«Sei davvero paranoico. [...] Per cent’anni sono esistiti dei lattai che ti portavano il latte, dei fornai che ti portavano il pane…»
«Ma il lattaio non mi scannerizzava la casa!»
«E con questo? Non vuoi che la Charmin sappia quanta della loro carta igienica consumi?»
«No, Mae, è diverso. Sarebbe più facile da capire. Qui, però, non ci sono oppressori. Nessuno ti obbliga a farlo. Te li lasci mettere spontaneamente, questi lacci. E spontaneamente diventi del tutto autistica nella sfera dei rapporti sociali. Non raccogli più suggerimenti basilari della comunicazione interpersonale. Sei a tavola con tre esseri umani che ti guardano, tutti, e cercano di parlare con te, e tu resti incollata a uno schermo cercando degli estranei in qualche parte del mondo.»

La colonna di fuoco - Ken Follett

«Era sempre stata lì, ogni giorno della sua vita: solo il cielo sopra di essa cambiava con le stagioni. Gli diede una vaga ma potente sensazione di conforto. Le persone nascevano e morivano, le città prosperavano e tramontavano, le guerre cominciavano e finivano, ma la cattedrale di Kingsbridge sarebbe rimasta fino il giorno del giudizio»

Con “La colonna di fuoco”, classe 2017, giunge a termine la trilogia iniziata nel 1989 con “I Pilastri della Terra”, proseguita con il “Mondo senza fine” edito nel 2007 ed avente ad oggetto le vicende storiche tra il XII al XVI secolo.
Gli avvenimenti si aprono nel Gennaio del 1558 a Kingsbridge, città immaginaria inglese teatro delle avventure sin dal primo romanzo, con il ritorno a casa del diciottenne Ned Willard, dopo un anno di assenza e di permanenza in quel di Calais. La situazione sin da subito appare ben diversa da come l’aveva lasciata: se da un lato, problematiche di espansione e mantenimento territoriale si affacciano nella realtà del popolo britannico, dall’altro, il cuore del giovane è messo a dura prova vedendosi sottrarre, Margery, la donna che ama, a causa di un matrimonio combinato atto a garantire alla famiglia Fitzgerald, aristocratica, il titolo nobiliare. Mentre Ned è, infatti, un protestante e un commerciante, Bart Shiring, visconte di Shiring, cattolico, è considerato il pretendente perfetto per raggiungere l’obiettivo della famiglia. Della volontà della quindicenne, dei suoi sentimenti, non può tenersi conto, lo scopo finale ha priorità assoluta. E proprio per questo, non esistono scrupoli, tanto che i genitori decidono di far leva sulla profonda fede e devozione in Dio della futura moglie, pur di, strapparle la promessa di acconsentire all’unione.
Costretto a lasciare nuovamente Kingsbridge, ed ingaggiato da Sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor che dopo la sua incoronazione vedrà tutta l’Europa rivolgerglisi contro e che affiderà a quest’ultimo il compito di creare una rete di spionaggio incaricata di proteggerla dai numerosi attacchi nemici, il protagonista si ritroverà ad essere uno degli uomini a far parte dei primi servizi segreti britannici esistenti. Il suo amore per la giovane Margery sembra ormai condannato, e per quasi mezzo secolo, questa condizione parrà essere procrastinata. Ma sarà davvero così?
Nel contempo, mentre la lotta tra cattolici e protestanti ha raggiunto livelli particolarmente infuocati, la Francia ha dichiarato guerra alla Spagna per il controllo del regno di Napoli e altri stati della penisola italiana, e l’Inghilterra si è schierata con la Spagna. La Francia, di fatto, riesce a riprendersi Calais ma non anche gli stati italiani tanto agognati.
In questo contesto si inserisce Pierre Aumande, figlio illegittimo di una mungitrice di Thonnance-les-Joinville residente a Parigi, che vivendo di espedienti, una volta al cospetto della famiglia Guisa non esita ad accettare l’incarico di ricerca dei protestanti. L’investigazione su questi ultimi, sui luoghi da loro frequentati ed in cui si riuniscono per celebrare i “riti blasfemi” nonché sui loro modi di diffusione del credo, porteranno all’introduzione della figura di Sylvie Palot, figlia di Giles e Isabelle Paolt, la cui casa è sita all’ombra della grande cattedrale di Notre-Dame, abitazione al cui pian terreno si colloca il negozio di famiglia, esercizio destinato alla vendita e produzione di libri. Altra unione politica fondamentale, sarà quella tra Francesco, quattordicenne figlio maggiore di Enrico II e della regina Caterina ed erede al trono di Francia, e Maria Stuarda, una rossa di straordinaria bellezza di appena quindici anni, regina di Scozia.
Sul versante di Siviglia, Barney Willard dovrà in primo luogo affrontare problemi legati alle persecuzioni religiose, assisteremo infatti a proclamazioni di ereticità avverso tutte le confessioni diverse dalla cattolica, ed in particolare, avverso la protestante e la musulmana. Ebrima, mandingo di origine, servo all’inizio del racconto, riuscirà a diventare un uomo libero, e dunque a realizzare il suo sogno.
E’ in questo scenario che si insinuano, ancora, le famiglie Wolman e Willemsen, atte a rappresentare i Paesi Bassi; è in questo scenario che gli estremisti clericali seminano volenza, sfruttando i diversi culti a proprio interesse e valenza, poiché fine essenziale è quello di imporre a prescindere da tutto, il potere e la supremazia, poiché fine essenziale è vincere sulla tolleranza e sul compromesso, nonché, piegarne i sostenitori.
Attraverso un linguaggio fluente, avvalorato altresì da una serie di personaggi ben costruiti che sanno amalgamarsi perfettamente ai protagonisti che hanno fatto la storia (a titolo esemplificativo possono annoverarsi tra i presenti: Maria Tudor, Elisabetta Tudor, Sir William Cecil, Sir William Allen, Sir Francis Walsingham, Enrico II, Caterina De Medici, Maria Stuarda, Giacomo Stuart, Giacomo VI di Scozia e re Giacommo I D’Inghilterra, e molti altri ancora), Ken Follett dà vita ad un romanzo storico di grande spessore, un elaborato completo sotto tutti i punti di vista, uno scritto che è capace di conquistare il cuore di lettori eterogenei, anche di quelli che non sono tra gli amanti del genere.
E vi riesce grazie ad un’impostazione chiara ed esaustiva, un’impostazione che tramite il mutamento di prospettiva (si passa dalla Gran Bretagna, alla Francia, passando per la Spagna e per i Paesi Bassi) nulla risparmia e nulla lascia al caso. Non solo. L’opera è completata da minuziose descrizioni (che consentono a chi legge di rivivere sulla pelle le avventure delineate) nonché da dialoghi ben calibrati e bilanciati tra loro, dialoghi che sono fondamentali per la delineazione degli eroi che colorano queste pagine. Il risultato finale è quello di trovarsi di fronte ad una perla di semplice e rara bellezza, una perla che seppur dipani le sue vicende in secoli turbolenti ma ad oggi lontani, in realtà si presenta e si palesa di grande attualità.
Questo, grazie anche – e non di meno – alle molteplici tematiche che vengono affrontate. L’inglese non si risparmia e con occhio acuto riesce a mixare problematiche quali il conflitto religioso, le guerre ivi relative, le ostilità radicabili nell’estremizzazione del concetto di razza, di sangue puro ed impuro, gli odi, le discriminazioni, le violenze del più forte sul più debole, la questione e posizione femminile, le lotte di potere e di avidità, ed anche quel desiderio sempre più pressante di libertà, una libertà sognata, irrealizzabile, e di poi conquistata, ma così difficile da mantenere…….. Perché, quando si può davvero affermare di essere liberi? Cos’è questo concetto così labile, inconcreto, intangibile eppure fondamentale per la vita di ognuno di noi? Quando possiamo veramente ritenerci privi di catene?
In conclusione, Ken Follett non delude e regala al grande pubblico la degna conclusione per una eccelsa trilogia. “La colonna di fuoco” si fa amare sin dalle prime battute e chiede a gran voce di essere letta perché sa che non scontenterà. Ed è proprio così. Non disillude, bensì, regala emozioni e riflessioni di non poco conto.

Il mare dove non si tocca - Fabio Genovesi

«Le storie vengono da lontano, ma respirano sott’acqua e hanno ali giganti per raggiungerti ovunque»

Fabio ha soltanto sei anni quando scopre che i suoi undici nonni con undici nomi tutti con la a (perfino Rolando, che non si capisce perché proprio così dovesse chiamarsi l’ultimo figlio, ma che problema vuoi che sia, si aggiunge una vocale e il gioco è fatto, Arolando, eccolo qua!) e di cui dieci scapoli ed uno coniugato, unico soggetto dal quale è nato di fatto suo padre Giorgio e quindi anche unico legittimato ad essere chiamato per davvero “nonno” da quell’unico nipote che il medesimo rappresenta, non sono in realtà nonni bensì zii. “Eh”, dicono loro innanzi a detta constatazione, “lo sapevamo che non dovevamo mandarti a scuola!”. Eppure Fabio che con questi zii ci è cresciuto, che con questi zii ha imparato a far di conto e a tirar su un perfetto pollaio, non potrebbe mai immaginare la sua vita privata della loro presenza.
Una crescita, la sua, in quel de “Il villaggio Mancini” (in cui è chiaramente fatto divieto di entrare), ben diversa da quella degli altri bambini poiché unica nel suo genere. Giunge infatti all’età della scuola dell’obbligo con tutti i giorni della settimana suddivisi per trascorrere del tempo con i familiari e mai, è per lui disponibile, un giorno libero, un giorno di riposo, da trascorrere con i coetanei, o ancora giunge alla scuola dell’obbligo senza saper giocare a nascondino eppure super aggiornato circa gli esiti del Festival Della Canzone italiana di quell’anno. Vogliamo poi aggiungerci la storia della maledizione? Aramis, Aldo, Athos, Adelmo e tutti gli altri fratelli, sono stati vittima di un sortilegio che ne ha comportato la follia: a detta dei più, difatti, se gli uomini della famiglia Mancini non si sposano entro i quarant’anni, diventano matti. Semplice e chiaro.
Stranezze, in cui la giovinezza del protagonista si dipana, evolvendosi pagina dopo pagina con naturale maturale della persona. Stranezze che disorientano, ma soltanto in apparenza.
L’opera di Genovesi, ripercorre, passo passo il diventar grande di Fabio stesso, e nell’esposizione delle vicissitudini attinenti al ragazzino – di poi uomo – si nascondo e celano molteplici riflessioni su quello che è il senso della vita, su quello che significa esistere, cercare e trovare la propria strada, far proprio un desiderio, un sogno, consentirgli di diventare realtà.
Perché tutto, è riassumibile non tanto al problema, quanto, all’atteggiamento di fronte al problema. Come l’autore ha più volte ribadito, anche durante la presentazione a cui personalmente ho avuto modo di partecipare, saremo contestati e messi in discussione per qualsiasi cosa, ma questa è solo e soltanto la CROSTA. Scavando nelle profondità di quest’ultima, cercando, incuneandosi, non mancheremo di riflettere su quei “Calamari giganti” che nelle spazio più intimo ed oscuro del mondo, con i loro tentacoli, lottano, nuotano, si cibano.
Il toscano ci ricorda ancora che ciascuno ha un proprio percorso, un tragitto che magari si fa attendere, che magari ci lascia perplessi, che magari tarda a farsi scoprire e raggiungere, ma che prima o poi arriva.

«Perché i pesce tuo non te lo prende nessuno. Nuota strano, nuota a caso, ma eccolo che arriva da te.»

E quando arriva tutti i tasselli del puzzle si incuneano al loro posto, formando quel disegno così arcano ed oscuro che ci ha lasciato interdetti, che ci ha lasciato basiti, spaesati innanzi alle circostanze, innanzi ai colpi al fianco che non mancano mai nello scorrere dei giorni. Così come, ci sprona ancora l’autore, ciascuno ha la sua storia. Una storia in discesa ed in ascesa, una storia in bilico e una storia di certezze, una storia che talvolta si interseca alle altre, una storia che talvolta è e resta parallela a quegli incontri che sono determinanti nell’esistenza. Un destino, a cui non è possibile sottrarsi, perché la storia, se mixata al proprio “pesce” piano piano riporta lì, a quel quadro dipinto e ricco di colori.
Con “Il mare dove non si tocca”, Fabio Genovesi si mette a nudo raccontandoci e romanzandoci quella che è stata la sua infanzia, ma anche destinandoci di riflessioni e di analisi che lasciano il segno. Al tutto si somma uno stile che si conforma perfettamente all’età del personaggio delineato, uno stile fluente che conduce, che non lascia spazi e che non molla sino alla conclusione dell’opera. A completezza, ancora, si inseriscono attimi di pura ilarità e genialità, dove, eroi indiscussi sono gli zii e le avventure che li vedono protagonisti.
Tra tutte le opere a sua firma, certamente, questa nuova proposta editoriale, è tra le migliori e merita di essere letta. Un poco alla volta, o tutta d’un fiato, ma non delude.
In conclusione, esilarante, riflessivo, indelebile.

«Poi però l’ho capito che l’anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella e più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre. […] Per farlo vergognare di avermi chiamato pazzo. Perché pazzi erano quelli che le decidevano le guerre e ci mandavano a morire le persone. [..] Però lui non aveva ragione, e magari non ce l’avevo nemmeno io, ma chi se ne frega. E’ per avere ragione che cominciano le guerre, poi a forza di bombe e cannoni te lo scordi e sono solo medaglie sul peto e morti sottoterra. E allora sarò strano, sarò pazzo, non lo so e non mi importa. So solo che lascio il modulo com’è, sbagliato e giusto insieme, e corro giù. Una stesa di scale e la strada, e la mia storia vola già da un’altra parte.»

La ciociara - Alberto Moravia

«Così è la guerra, pensai: tutto sembra normale e invece, sotto sotto, il tarlo della guerra ha camminato e gli uomini hanno paura e scappano, mentre la campagna, lei, continua, indifferente, a buttar fuori frutta, grano, erba e piante come se nulla fosse»

Classe 1957, “La Ciociara” è il risultato dell’esperienza vissuta in prima persona da Moravia durante i nove mesi di permanenza in quel di Fondi, e più precisamente, del periodo intercorrente tra il settembre del 1943 ed il maggio del 1944.
Traendo spunto da un fatto realmente accaduto, l’autore introduce il personaggio di Cesira, contadina originaria della Ciociaria, trasferitasi a Roma a seguito del matrimonio con un pizzicagnolo, il quale venuto a mancare prematuramente le lascia in eredità non solo il negozio (a cui si somma un’attività di borsa nera sempre più promettente), non solo l’abitazione, ma anche, Rosetta, la figlia della coppia, giovane, ingenua, casta e pura.
A causa del sempre più costante e presente pericolo della guerra, la madre decide di abbandonare la capitale per tornare nella terra natia dai genitori. Sin dal principio il viaggio si dimostra essere ricco di rischi, minacce e azzardi, eppure, la donna non transige: a Roma non si torna, la campagna e, di poi, le montagne sono la sola destinazione, l’unico riparo a cui possono auspicare, e nulla e nessuno può farla desistere dal proposito.
Ma si sa, tutto ha un prezzo, tutto si paga e tutto il seminato pian piano ritorna. E’ così anche per Cesira e per Rosetta che tra quei monti tanto agognati, tra quei pastori tanto furbi e disperati, tra povertà ed ignoranza, cercano di sopravvivere, aggrappandosi, come tutti, alla speranza della liberazione, un giorno, e a quella della vittoria dei tedeschi, un altro.
Tra tutti, soltanto Michele, che è il personaggio chiave dell’opera, sembra essersi reso davvero conto di quel che significa la Guerra, di quel che questa realmente è e rappresenta. Perché quel che essa determina, lascia e comporta, non è soltanto la morte, ma anche e non di meno, una vera e propria devastazione dell’essere, un vero e proprio oltraggio alla cultura, alla tradizione, all’individuo, alla libertà, alla vita. Perché il conflitto colpisce l’onestà, la pietà, la ragione. E trasforma, muta, plasma a sua immagine e somiglianza sino a che non subentra la paura, un istinto primordiale che dall’interno consuma e divora ogni boccone di speranza, di buoni propositi, di futuro. Pochi si interrogano su quelle che sono le cause che hanno portato alle armi, l’unico pensiero è il cibo, sia quando c’è che quando non c’è, l’unico moto che spinge ad andare avanti è l’idea del domani. Siamo pedine in mano ad altri, alleati, nemici, presunti “amici”.

« ”Se tu sapessi di dover morire domani, parleresti di roba da mangiare?” “No”. “Ebbene, noi siamo in questa condizione. Domani o tra molti anni, non importa, moriremo. E dovremmo, dunque, in attesa della morte, parlare e occuparci di sciocchezze?” Io non capivo bene e insistetti: “Ma di che cosa dovremmo allora parlare?” Lui ci pensò ancora una volta e disse: ”Nella presente situazione in cui ci troviamo, per esempio, dovremmo parlare delle ragioni per cui siamo finiti qui.” “E quali sono queste ragioni?” Egli si mise a ridere e rispose: “Ciascuno di noi deve trovarle da sé, per conto suo”. Io dissi allora: ”Sarà, ma tuo padre parla di roba da mangiare appunto perché questa manca e si è, per così dire, costretti a pensarci per forza”. Lui concluse allora:” Può darsi. Il guaio si è, però, che mio padre parla sempre di roba da mangiare, anche quando c’è e non manca a nessuno”.»

Trascorrono i mesi e la tanto agognata liberazione si palesa. Giorni di festa sono quelli in cui gli americani distribuiscono le loro sicurezze effimere per, di poi, rilasciare nel baratro della disperazione gli sfollati e questi uomini e donne privati della loro quotidianità. E, allora, cosa può restare ora che anche il passaggio dei liberatori è giunto? Cosa aspettare, in cosa credere, adesso che questa aspettativa tramutata in attesa è venuta meno?
Attraverso un linguaggio forte, calato nei personaggi che nella loro semplicità sono concreti e tangibili, che nella loro genuinità dei modi e delle intuizioni si fanno amare ed odiare, abbracciare e consolare, che invitano chi legge ad entrare nel testo e spronare ad una reazione, ad una riflessione tra presente e passato, scelte ed ostinazioni, scelte ed altre scelte che avrebbero, chissà, forse potuto modificare gli avvenimenti, l’autore dà vita ad un romanzo che riesce pienamente a raggiungere il suo fine ultimo. E mediante questa penna rude che sa adattarsi alle origini di questa donna contadina ed umile, a questa madre che prima cerca di tutelare a trecentosessanta gradi la figlia per rendersi successivamente conto di esserne stata la rovina, tanto da cadere nella più profonda disperazione per quel colpo latente e profondo che colpisce al fianco, che conduce alla perdizione di sé, alla sventura, Moravia descrive il lascito di una guerra che non si ferma con il solo proclamo del “cessate le armi”, perché la guerra non è soltanto quel che è stato, la guerra è anche quel che è, ed una volta giunta al termine, si è perso in ogni caso, si è perso prima di tutto noi stessi, perché non sappiamo più chi siamo né chi eravamo.
E lo stupro, non è solo quello fisico, ma anche quello morale, di un paese privato della sua identità e che non può permettersi di non fare domande, di non cercare risposte….

«Si, lui, di certo, mi aveva spiegato in poche parole il senso della vita, che a noi vivi sfugge, ma per i morti deve essere, invece, chiaro e lampante; e la mia disgrazia aveva voluto che io non capissi quello che lui diceva, benché quel sogno fosse stato veramente una specie di miracolo; e i miracoli, si sa, sono miracoli appunto perché tutto vi può succedere, anche le cose più incredibili e rare. Il miracolo c’era stato, ma soltanto a metà: Michele mi era apparso e mi aveva impedito di uccidermi, era vero, ma io, per colpa mia di certo, perché non ne ero degna, non avevo inteso perché non avrei dovuto farlo. Così dovevo continuare a vivere; ma come prima, come sempre, non avrei mai saputo perché la vita era preferibile alla morte»

«Allora queste parole di Michele mi avevano lasciato incerta; adesso, invece, capivo che Michele aveva avuto ragione, e che per qualche tempo eravamo state morte anche noi due, Rosetta ed io, morte alla pietà che si deve agli altri e a sé stessi. Ma il dolore ci aveva salvate all’ultimo momento, e così, in certo modo, il passo di Lazzaro era buono anche per noi, poiché grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtuttavia la sola cosa che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto se fosse stato con noi»

Romanzo 11, libro 18 - Dag Solstad

Bjorn Hansen, cinquantenne, è un uomo dal passato e dalla vita sentimentale molto movimentati. Diciotto anni prima, infatti, ha abbandonato la moglie e il figlioletto di appena due lustri, per seguire l’amante, Turid Lammers, in Kongsberg, una cittadina sita al centro della Norvegia, e più precisamente, ubicata sul fiume Lagen, corso d’acqua che serpeggia elegante attraverso tutto l’abitato e dividendola in due sezioni; una Nuova ed una Vecchia. Impiegato al Ministero e con una proficua e certa carriera da funzionario davanti, dopo un breve periodo quale pendolare, lascia poi l’impiego per abbracciare un nuovo lavoro, quello di esattore delle tasse nell’odierno indirizzo di residenza. E questo nuovo incarico, sembra persino migliore del precedente più prestigioso e redditizio, agli occhi della compagna. Ormai radicato nel comune, l’uomo si avvicina anche al teatro dove inizia una collaborazione sempre più stringente, ma di poco successo, con la compagnia dove l’ex amante – ora fidanzata/moglie ufficiale – a sua volta presta la sua arte. Trascorsi altri 14 anni, la passione, che già da tempo si era affievolita e che era destinata a venire meno sin dal principio, definitivamente si spegne.
Arrivati al presente, ritroviamo ora Bjorn felicemente solo ed in procinto di portare avanti una stringente frequentazione col Dottor Schiotz, medico con il quale discute non solo di vita e di patologie ma anche di un’idea, un’idea alquanto strana e fuori dalle righe che da qualche tempo gli albeggia in mente….
Non mancherà, ancora, di riapparire, Peter, il figlio, che non tarderà a portare nella quotidianità del protagonista, sprazzi, di quella paternità rinnegata, rifiutata, rifuggita. Dubbi, paure e perplessità, si paleseranno nell’intimo del cinquantenne, il quale, di fronte a questa convivenza forzata non potrà non domandarsi il perché di certi comportamenti dell’ormai adulta prole. E tra senso di fallimento, rievocazioni del passato (tra cui, la messa in scena de “L’anitra selvatica” di Ibsen), insoddisfazione, smarrimento e perplessità, non resterà che compiere un gesto estremo necessario e finalizzato a mettere un punto su quello che è il dramma della propria vita. Ma qual è la verità? E’ davvero possibile redimersi? Indossare dei nuovi panni, liberandosi, di quelli fino ad ora indossati? E’ possibile abbandonare la propria maschera e capire quale abbiamo davvero fino ad ora vestito?
Con “Romanzo 11, libro 18”, Dag Solstad offre al lettore un testo diverso dal solito, introspettivo e riflessivo negli intenti, ma che, sinceramente convince a metà. Seppur sia un elaborato di appena 187 pagine (formato Iperborea, quindi 90/100 in qualsiasi altro), esso si fa percepire come un volume ricco di contenuti, contenuti che però indugiano, faticano, temporeggiano ad arrivare tanto che chi legge a più riprese si interroga sullo scorrere degli avvenimenti ma anche sulle incongruenze del protagonista stesso. Perché, a voler essere del tutto sinceri, per quanto l’avventuriero cerchi di catapultarsi nella mente di Bjorn, per quanto cerchi di entrarvi in empatia, proprio non ci riesce giacché taluni suoi comportamenti, alcune sue scelte, risultato inspiegabili ed irreali. Se a questo si somma una narrazione lenta, che segue le fila di una sorta di monologo tra presente e passato con delineazione quasi teatrale, mixato per di più a delusioni e insuccessi, non stupirà la crescente perplessità che resta al termine del componimento.
In conclusione, titubante, irrisoluto, dubbioso.

Non ti muovere - Margaret Mazzantini

«Angela, perché la vita si riduce a così poco? E dov’è la clemenza? Dov’è il rumore del cuore di mia madre? Dov’è il rumore di tutti i cuori che ho amato? Dami un cesto, figlia mia, il cestino con cui andavi all’asilo. Voglio metterci dentro, come lucciole nel buio, i bagliori che hanno attraversato la mia vita»

Basta poco per cambiare il corso di una vita. Basta un casco non correttamente allacciato, basta un incontro passeggero in un bar mentre sei in attesa di qualcuno che possa provvedere a sistemarti il guasto della macchina. Timoteo, chirurgo, questo lo sa molto bene. E’ un uomo, è un uomo in attesa, in attesa di scoprire delle sorti della figlia. E nella lotta di questo presente incessante di dolore, di agonia, di incertezza del futuro, egli rivive il passato. Un passato che ritorna, un passato che mai se ne è andato.
La mente ed il ricordo, hanno il sopravvento. La rievocazione è necessaria, è l’unico modo che ha il medico specialista per tenersi attaccato alla speranza, per trattenere quella figlia che sembra destinata ad andarsene, per fare i conti, forse per la prima volta da allora, con sé stesso, perché solo, in quel frangente di quindici anni prima, egli si è davvero conosciuto. Italia. Una vodka di troppo, un jukebox, il caldo. Lei era li. Con il suo corpo minuto e fragile, con i suoi capelli di rafia, con il suo alito di topo e con i suoi vestiti dozzinali. Un connubio di squallore e di disgusto. Una violenza, carne contro carne, volontà piegata, tradimento. Poi, è stato ribrezzo, pentimento, ma anche reiterazione. Quel piatto di pasta al pomodoro, preparato con cura con il prodotti del piccolo orto sito dietro l’appartamento, danno inizio alla confidenza, alla tenerezza, a quegli scheletri nell’armadio che vogliono uscire, alla comprensione, alla complicità, all’amore. Cosa fare, dunque, ora? Lui, una moglie già ce l’ha, ed ogni volta che sembra sul punto di prendere una decisione, ecco che arriva un fattore determinante che gli impedisce di lasciarla per recarsi nel suo cunicolo con la piccola ragazza. E’ forza degli eventi, ne è trascinato. Combattuto, sbattuto, strattonato. Abbandonarsi all’amore vero o nascondersi dietro il conformismo di facciata che ha stilato i confini della sua esistenza?
Le conseguenze, del suo non decidere, della sua debolezza, sono tragiche. Amare. Brutali. Dolorose. Spietate. Disarmanti. Disarmanti come le emozioni e le sensazioni che la storia tra Timoteo e Italia, suscitano. Il lettore alterna molteplici stati d’animo nel proseguo delle vicende. Passa dalla rabbia, allo stupore, alla tenerezza, al disgusto, alla condanna, alla redenzione, al pianto, al sorriso, all’amarezza per le sorti avverse che soventemente toccano i più deboli, al dolore per la perdita, alla sensazione di colpa incipiente e straziante che biasima, che si perpetua, che mai abbandona.
Il tutto, attraverso descrizioni mai banali e mai eccessive, mediante uno stile narrativo fluido ma diretto che è in grado di bilanciare magistralmente i salti temporali continui, nonché, il mix di empatia che l’elaborato è in grado di suscitare.
E se da un lato chi legge è preda dell’ansia e dell’attesa, dall’altro, è vittima delle angosce, delle illusioni, degli esiti che una scelta, se presa o non presa, può determinare. Si immedesima, e non può farne a meno. E’ Timoteo, padre ed amante. E’ Elsa, moglie e madre. E’ Italia, semplicemente.

«Cosa vuol dire amare, figlia mia? Tu lo sai? Amare per me fu tenere il respiro di Italia nelle braccia e accorgermi che ogni altro rumore si era spento. Sono un medico, so riconoscere le pulsazioni del mio cuore, sempre, anche quando non voglio. Te lo giuro, Angela, era di Italia il cuore che batteva dentro di me»

La svastica sul sole - Philip K. Dick

Un futuro distopico è quello descritto da Philip K. Dick in “La svastica sul sole”, un futuro che non è altro che uno scenario di fatto non così irrealizzabile dal punto di vista dell’autore se si considera il periodo storico in cui il medesimo è cresciuto e si è radicalizzato. Egli nasce e matura, infatti, in una fase in cui i residui della Seconda Guerra Mondiale sono ancora forti e pressanti come se la stessa si fosse conclusa il giorno antecedente, non è dunque impossibile per lui immaginare e contestualizzare un mondo dove il conflitto non si sia risolto con gli effetti noti bensì con la perdita degli alleati e la vincita dei Giapponesi e dei Nazisti. Conseguenza naturale è il sorgere spontaneo della domanda: “E se avessero vinto loro?”.
L’attenzione è focalizzata sulla prospettiva statunitense, ovvero un insieme di stati governati e sottomessi dal nemico e per questo suddivisi in due aree, una governata dal Reich e l’altra dai nipponici. Il resto del mondo è intriso dal credo della superiorità razziale ariana e territori quali l’Africa, sono ridotti a polvere, a deserto, poiché destinatari di quella soluzione radicale di sterminio tanto bramata ed auspicata. In Europa, ancora, l’Italia ha raccolto soltanto le briciole della vittoria proclamata e i tedeschi, si preparano, a lanciare razzi su Marte e bombe atomiche sull’ormai ex alleato Giappone.
Ancora, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, i nipponici, sono ossessionati dagli oggetti propri del folclore e della cultura americana, e tutto sembra girare attorno a due libri: il millenario “I ching”, l’oracolo della saggezza cinese, e il best seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich e per il quale, in realtà, l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati.
Con “La svastica del sole” Philip K. Dich dà origine ad una delle sue storie più filosofiche e introspettive, una storia che riesce a raccontare gli avvenimenti, presenti e passati, attraverso lo scontro culturale tra Oriente ed Occidente, attraverso lo scontro tra moralità e spiritualità in un contesto di preminente asservimento.
Il tutto si manifesta e palesa attraverso uno stile fluido e scorrevole seppur non particolarmente erudito e farraginoso nella sua parte iniziale prima cioè, di entrare nel pieno degli avvenimenti, che si offre di narrare più vicende tra loro parallele che, si sfiorano senza mai veramente incrociarsi, e che sono caratterizzate da personaggi con un ruolo ben definito ed anche simbolico. Unica grande pecca del libro? L’incapacità dell’imparzialità. Lo scrittore è chiaramente di parte tanto che non offre alternativa alcuna a quella di una vittoria da parte del suo paese di origine, unico in grado di vincere e di governare il mondo.
Nonostante ciò, il testo non perde di spessore ed anzi invita a più riprese alla meditazione ed alla riflessione.

«Sono simile a quest’uomo, dal punto di vista razziale? Si, domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. E’ un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… Che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità? Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? E’ una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?»

La lunga vita di Marianna Ucria - Dacia Maraini

Marianna, duchessa appartenente al casato degli Ucrìa, è muta sin dalla tenera età. Eppure ella ricorda, e la signora madre in punto di morte glie lo conferma, di aver udito, di aver parlato. Sa che dalle sue labbra sono usciti dei suoni articolati, e che tutto quel che è stato fatto per tentare di farle riacquistare i sensi perduti è vano poiché la ragione per quale essa ne è stata privata è un trauma subito durante i suoi cinque anni di vita, una violenza che la sua famiglia nega, si rifiuta di voler accettare, custodendolo, tra l’altro, come un segreto che mai dovrà essere rivelato. Mutola e rinchiusa nei suoi pensieri, la donna non ha altro mezzo che la scrittura per comunicare; uno strumento questo che, insieme alla lettura, diventa molto più che un mero tramite per trasmettere le sue volontà e i suoi desideri.
Come consuetudine, per le figlie femmine di buona stirpe non vi è altra scelta per il futuro se non quella di un matrimonio combinato oppure del convento di clausura, soluzione dagli ingenti costi e dunque da limitare a soltanto alcuni dei discendenti. Ma chi mai vorrebbe al suo fianco una compagna menomata irrimediabilmente? Una persona c’è. Ed è così che a soli tredici anni Marianna si ritrova sposata a Pietro, un anziano zio di ben 37 anni più grande di lei, un uomo col quale inizia un percorso caratterizzato da assenza d’affetto e atti sessuali miranti esclusivamente a procreare. Tante le gravidanze a cui la signora Ucrìa è sottoposa, troppi i lutti che colpiscono i suoi cari, fra questi la perdita più atroce sarà quella del figlio Signoretto colpito e stroncato dal vaiolo a soli quattro anni. La morte dell’unico figlio verso il quale davvero la madre ha provato un senso materno di affetto la indurrà a cambiare radicalmente il suo atteggiamento verso il mondo esterno, talché, se da un lato inizierà a rifiutare le attenzioni sessuali di quel “signor marito zio”, dall’altro si rifugerà completamente nella lettura per poi riscoprire il piacere dei sensi, dell’amore con quell’uomo da cui tanto è fuggita, che tanto ha rifiutato, le cui attenzioni ha tanto temuto. Arriverà ad un punto di non ritorno la nostra cara protagonista, cosicché si lascerà alle spalle la sua terra e i suoi averi partendo con la cara, fedele ed ormai trentacinquenne Fila alla volta del continente per far fronte a quella ribellione interiore inaccettabile per l’epoca eppure essenziale per conoscere davvero se stessa.
Dedicato ad un’antenata dell’autrice, “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, è un romanzo magnetico che magistralmente ricostruisce usi e costumi, accadimenti, pregiudizi, miserie e povertà della Sicilia del 1700. Fortemente incentrata sulla figura femminile, l’opera invita il lettore alla riflessione grazie al susseguirsi di una serie di avvenimenti testimoniati ed interpretati da solidi protagonisti, capaci, con la loro rispettiva verità e le loro espressioni gergali, di rendere concreta la realtà che viene pagina dopo pagina ricostruita. Perno dello scritto è la donna che con Marianna vince il pregiudizio, vuole rompere gli schemi, uscire da quella mentalità stereotipata e retrograda.
Stilisticamente l’elaborato è caratterizzato da una penna forbita e ricercata nonché è avvalorato da espressioni tipiche siciliane che se da un lato rendono veritiera la vicenda, dall’altro ne appesantiscono il defluire.

«Uscire da un libro è come uscire dal meglio di sé. Passare dagli archi soffici e ariosi della mente alle goffaggini di un corpo accattone sempre in cerca di qualcosa è comunque una resa. Lasciare persone note e care per ritrovare una se stessa che non ama, chiusa in una contabilità ridicola di giornate che si sommano a giornate come fossero indistinguibili»

«Può una donna di quarant’anni, madre e nonna, svegliarsi come una rosa ritardataria da un letargo durato decenni per pretendere la sua parte di miele? Che cosa glielo proibisce? Niente altro che la sua volontà? O forse anche l’esperienza di una violazione ripetuta tante volte da rendere sordo e muto tutto intero il suo corpo?»

«Sapete, alle volte è l’amore degli altri che ci innamora: vediamo una persona solo quando essa chiede i nostri occhi»

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