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L' ombrello dell'imperatore - Romanzo di Tommaso Scotti

«È a dir poco curioso come, a volte, il destino ci leghi nella maniera più strana. In questo caso, tramite un ombrello.»

A prima vista non è altro che un anonimo oggetto realizzato con cura e dedizione per il dettaglio, quella stessa cura e dedizione che è propria alla realtà nipponica. Eppure, è proprio quell’oggetto, quell’ombrello all’apparenza così innocuo a essere l’arma del delitto utilizzata per determinare la morte di Yuki Funagawa, nato il 2 dicembre 1986. È un particolare insolito, quell’ombrello. Uno di quelli con la copertura in plastica trasparente, un modello molto comune, di taglia grande, con le stecche di una settantina di centimetri. Questo si trova chiuso sul pavimento accanto alla vittima, il bianco della punta è completamente nascosto dal sangue rappreso e da tracce di bulbo oculare destro del deceduto. Un comunissimo bene contraddistinto, per l’occhio più acuto dell’osservatore, soltanto da un puntino rosso, a prima vista un adesivo o un simbolo dipinto situato sul manico di plastica bianca. È questo dettaglio che colpisce l’ispettore Takeshi James Nishida della squadra Omicidi della Polizia di Tokyo e soprannominato Boss dai colleghi per quella grande dipendenza da caffeina in latina della omonima marca. Takeshi è un hafu ovvero un mezzosangue di madre americana e padre giapponese. È anche per questo condannato a non salirci ai piani alti; in Giappone vige la religione dei protocolli, religione di cui Nishida non è un seguace: egli appartiene alla strada. E Takeshi ha anche ereditato i tratti caratteriali della realtà occidentale, tratti che lo rendono spesso impulsivo, poco accomodante e disincantato verso quella dimensione che lo circonda e che lo vorrebbe esattamente al suo contrario.

«Negli ultimi vent’anni si era fatto un nome risolvendo casi complicati e mettendo dentro non pochi delinquenti, nonostante a volte per ottenere risultati avesse dovuto usare metodi poco ortodossi. Il che purtroppo, unito alla sua abitudine estremamente non giapponese di dire in faccia alla gente come la pensava, non andava molto a genio ai suoi superiori. Anzi, ai suoi superiori non andava a genio per niente.»

Bastano pochi rilievi per appurare che oltretutto quell’ombrello appartiene alla persona più impensabile: l’Imperatore. Ma com’è possibile? E a chi appartiene quell’altro piccolo tratto di impronta digitale che dalle analisi risulta essere presente sullo stesso? Per il Tommy Lee Jones che è Takeshi, che sovente è stato paragonato a questo personaggio stante i suoi tratti particolari che lo rendono molto avvenente, avrà inizio una indagine atta a cercare di scoprire la verità in quella che è una morte tutt’altro che chiara.
A far da sfondo una Tokyo che non dorme mai e che ci viene proposta in una serie di tinte e retroscena, luci e ombre, che per mezzo di un protagonista che per il suo sangue misto riesce a far da ponte, scopriamo in modo completamente diverso. Tra le pagine dell’opera, inoltre, oltre all’indagine verrà quindi ritratta una perfetta fotografia della società giapponese a cui si affiancherà anche la trattazione di una serie di tematiche molto attuali e a noi vicine che non anticipo essendo collegate alla risoluzione dell’enigma che ci accompagna nel giallo.

«L’ispettore ne aveva viste abbastanza da sapere che la più grande oscurità è spesso nascosta alla luce del sole, ma in quel caso gli risultava difficile credere di avere di fronte un assassino.»

Quello di Tommaso Scotti è un esordio molto interessante che propone al lettore un protagonista che entra subito nelle sue simpatie e che con rapidità coinvolge e trattiene. Il conoscitore è incuriosito dalle vicende, affascinato dalla cultura nipponica e da questa figura dai tratti fisici appena tratteggiati eppure così vivida nella mente per carattere e determinazione. L’opera è inoltre ben strutturata. Parte da presupposti ben elaborati e a questi ne aggiunge altrettanti che rendono la narrazione più stratificata e l’enigma più articolato da risolvere.
Lo stile è fluido, rapido, limpido. Accompagna per mano, conduce senza difficoltà.
Un esordio, “L’ombrello dell’imperatore” che ci presenta un autore che tornerà ancora a far parlare di sé, che non vedo l’ora di rileggere e che sarà un piacere approfondire ulteriormente.

«C’è la nostra anima qui dentro, ed è un’anima di acciaio. Questa vite è il nostro testamento imperituro in un mondo usa e getta.»

Malinverno - Domenico Dara

«Osserva sempre la gente con attenzione, Astolfo, fissa i particolari, che ognuno, la sua storia vera, non la porta stampata sulla faccia ma nascosta dentro pieghe invisibili della pelle.»
Astolfo Malinverno sin da quando ha memoria, ha memoria delle parole. Articolate dalla madre, narrate dalle voci, lette dai libri. Parole che sono balsamo per il cuore, moto per vivere la vita con quell’emozione mancata, sentimento, verità. Un po’ come lo stesso ricordo di quella madre che tenendolo stretto al petto oltre che a insegnargli ad ascoltare i battiti del cuore, gli insegnava a osservare le esistenze vicine e lontane. È nato con un difetto alla gamba, leggermente più corta, eppure, è proprio questo difetto che gli consente da adulto di diventare il bibliotecario di Timpamara e inaspettatamente, poi, anche il custode di quelle anime accomiatate nel suo cimitero.
«Con la bocca di mia madre che narrava e animava il mondo, come se il mondo esistesse solo nella parola e con la parola, conobbi la vita e imparai ad amare i racconti e a capire presto che uomini e libri narrano in fondo le stesse storie.»
Ed è dal momento in cui viene incaricato di prendersi cura anche di quel luogo ove sono custodite le spoglie mortali dei cari degli abitanti del paese, che la sua vita cambia. Seppur all’inizio egli prenda con confusione l’incarico attribuitogli, ne rimanga perplesso, sorpreso, stranito, di poi si rende conto che al contrario quel luogo è una casa esattamente come la biblioteca e che, come nelle più inaspettate delle sorprese, lo sente suo. È durante uno dei suoi giri di perlustrazione iniziali che l’occhio gli cade sulla tomba di una donna dai lineamenti magnetici, dall’assenza di alcun riferimento sulla nascita, la morte, il nome, le origini. Ella è un’anima che lo ha chiamato e da allora lui la chiamerà Emma come la Emma di “Madame Bovary” di Flaubert. I giorni passeranno tra sogno, immaginazione, desiderio di conoscere il vero e tanta introspezione perché Malinverno per mezzo di questa donna del ritratto comincerà a interrogarsi sul suo vissuto, sul suo essere, sui suoi legami. E tutta quella quotidianità ostinatamente e minuziosamente costruita negli anni verrà ulteriormente infranta da un’altra figura che subentrerà nella sua vita con un mistero a farle da cappotto.
«Ci sottovalutiamo. Pensiamo di non essere capaci di affrontare certi dolori ma poi, alla prova dei fatti, dai meandri inesplorati del nostro organismo emergono minute molecole di sopportazione che si mischiano alle piastrine del sangue e irrobustiscono il corpo e ci fanno sopravvivere, malgrado ogni tentazione di arrendevolezza, come se Natura sapesse quanti dolori può distribuire, conoscesse la portata d’ognuno e mandasse il dolore giusto, quello che colma le misure senza affondarle, che noi nemmeno sapevamo di essere così resistenti ma Natura sì, Natura sapeva.»
Ha inizio da questi brevi assunti l’ultimo lavoro di Domenico Dara, testo quello presentato, che è intriso di una malinconica dolcezza e che con grande sensibilità e semplicità ci porta a guardarci dentro, a porci a nostra volta delle domande. È un libro intriso anche di nostalgia ma anche di tanta umanità, una umanità che trasuda da ogni pagina per mezzo della voce non solo del protagonista ma anche per mezzo delle voci di tutti gli abitanti del paese. A far da cornice e a esser parte portante dello scritto è ancora la letteratura, prevalentemente – ma non esclusivamente – classica che passando dal Don Chisciotte a Moby Dick ricompone quello che è l’io di Astolfo. Quest’ultimo è un protagonista che naturalmente suscita empatia nel lettore, che entra nelle sue grazie, in parte per la sua sensibilità, dolcezza e gentilezza, in parte per la grande immedesimazione che suscita. Ancora, ad impreziosire vi è la curiosità di far luce sull’arcano, un arcano a mio modesto parere intuibile ma la cui intuibilità non inficia sul proseguimento della lettura perché a prevalere è il viaggio posto in essere dal lettore per mezzo della voce di Malinverno.
L’opera scorre tra le mani del conoscitore con ritmi diversi. Accelera, rallenta, accelera ancora. Scuote per quel carattere malinconico che la caratterizza, per quell’aspetto nostalgico di cui è impressa, arriva per quella dolcezza sottesa che l’accompagna eppure può suscitare due reazioni diverse in chi legge: può trattenerlo o può respingerlo. E questo a causa della prosa narrativa di cui è caratterizzato. Questo continuo riferimento alla letteratura è uno degli aspetti forti del titolo ma anche più deboli perché rischia di far perdere di vista quello che è il filone centrale della narrazione e rischia altresì di far scemare l’interesse che se all’inizio è onnipresente ed è mosso anche da questo carattere, a lungo andare ne risente, affaticando e appesantendo l’avventura. Ancora, a rischiare di respingere il lettore vi è il tema che viene trattato che non è dei più semplici e nemmeno dei più allegri. Se queste ambientazioni e queste argomentazioni non sono di vostro interesse, infatti, il volume non riuscirà a colpirvi.
Ultimo nemico è la logica. Logica e riscontro nella verità che può rendere fallace alcuni passaggi nodali dell’evoluzione delle vicende, soprattutto se nel corso della vita si è vissuto almeno una parte di quell’esperienza che è la realtà della separazione da un legame e la realtà cimiteriale. Ecco perché consiglio la lettura di “Malinverno” staccandosi dalla logica, staccandosi dal dato del vero a ogni costo.
“Malinverno” è una storia che va letta lasciandosi trasportare dalle parole, facendosi condurre per mano da Dara, senza porsi troppe domande e senza cercare troppe risposte. È un viaggio introspettivo e come tale va vissuto. E allora sì che arriverà con tutta la sua forza e tutto il suo contenuto. Viceversa, potrà subire delle battute d’arresto, essere vissuto come farraginoso.
Infine, lo stile. Domenico Dara è dotato di una prosa magnetica, evocativa, musicale. Incuriosisce, trascina, trattiene ma rischia anche di “andare fuori rotta” per le digressioni continue che possono portarlo a essere un po’ troppo prolisso. Il libro conta 329 pagine ma sarebbe arrivato anche con una cinquantina di queste in meno, o comunque con qualche piccolo taglio o limatura. Ciò rischia di renderlo un autore non per tutti. Cosa che non deve essere necessariamente considerata come un difetto, anzi.
Leggere “Malinverno” è una esperienza sensoriale. Lascia tanto e arriva durante la lettura ma soprattutto dopo questa, a distanza di tempo. Commuove, emoziona, palpita.
«Perché se il destino dei libri è morire come esseri viventi, anche gli uomini, quando smettono di respirare, non diventano che storie.»

Donne dell'anima mia - Isabel Allende

Con “Donne dell’anima mia” ripercorriamo il percorso di vita di Isabel Allende dai tempi dell’infanzia sino ai giorni nostri in particolare soffermandoci sul suo essere da sempre femminista. Ella, infatti, sin dalle prime battute di questo titolo di appena 174 pagine e capitoli brevi composti da un paio di pagine ciascuno, si afferma tale sin dall’asilo, sin dalla più tenera età e dunque in netta contrapposizione con quel machismo che le ruotava attorno. Un componimento, dunque, autobiografico e il cui tema è chiaro sin da subito, pertanto, se non siete lettori amanti di questa tematica, suddetto scritto non potrà solleticare particolarmente le vostre corde e le vostre curiosità anche perché non esente da cliché. Se al contrario siete amanti della problematica potrà essere un buono spunto per arricchire il vostro bagaglio o comunque per avvicinarvici.
La Allende non ci risparmia di confessioni, non ci risparmia di riflessioni. La sua penna è rapida, informale, diretta. La pillola non viene resa più indolore, l’anima è messa a nudo per quello che è e per quello che può offrire. Nel suo bene e nel suo male.
Ecco perché può dividere. “Donne dell’anima mia” è un volume dove la protagonista è Isabel Allende e il suo femminismo. Non c’è spazio per storie di tempi che furono o per una prosa poetica ed evocativa come nelle sue opere del passato più celebri e famose. Non è oggetto del lavoro proposto e del suo essere scritto. Quindi se questo cercate, ne resterete delusi.
Se viceversa cercate una biografia, un testo che non è altro che una confessione, un memoir dell’essere passato e presente, una sorta di vademecum di valore e principi in cui credere, una lettera a cuore aperto, ecco allora che farà per voi. Certamente questo non è il libro con cui cominciare a leggere l’autrice per conoscerla nell’aspetto di scrittrice. Buona lettura!

Un'amicizia

«Ma cos’è un’amicizia? Non avevo vincoli di sangue né giuridici, diritti e doveri, ero semplicemente lì con lei su quella panchina a franare. La abbraccia più forte che potevo. Le asciugai le lacrime, provai a contenere la sua disperazione mentre si ribellava […] tentai di rassicurarla, consapevole di mentire. Perché le parole a questo servono: a sperare, ingannare, abbellire e migliorare, ma la realtà è un’altra e se ne frega dei nostri desideri.»
Bea ed Elisa sono come il giorno e la notte, distanti e diverse, un universo parallelo che non si sa per quale gioco del destino o regola matematica violata, giungono a incrociare le loro strade e a vivere gli anni più intensi della loro vita insieme sino al sopraggiungere di quello che sappiamo già dalle prime pagine essere un punto di rottura che come le ha unite le porterà a separarsi.
Siamo a T una fatiscente cittadina di periferia situata in Toscana, nei pressi di Livorno, con vista panoramica sulle isole dell’arcipelago. Elisa è la straniera, la forestiera. È giunta da Biella con la madre e il fratello con sempre più gravi problemi di droga, per tornare a vivere con il padre che non vede se non in occasioni ben prefissate essendo i genitori separati. Non si ama, non spicca per bellezza nonostante i suoi capelli rossi e quelle lentiggini che le solcano il viso. È presa in giro dai compagni, sbeffeggiata. Vive di parole ed è grazie alle parole e alla biblioteca che vede per la prima volta Lorenzo, coetaneo compagno di liceo del quale si invaghisce. Ed è ancora tra le mura di questo complesso che il suo rapporto con Bea passa dall’essere quello di derisione a quello di amicizia. Lei che è la più bella, che è già famosa per i suoi servizi fotografici, che mai può permettersi di prendere un chilo o di avere un ricciolo libero da quella chioma rigorosamente piastrata, diventa la sua migliore amica.
Passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni. Siamo a cavallo degli anni duemila e con questi passano le vecchie abitudini del vecchio mondo e arrivano le nuove dettate da quella cosa chiamata internet ancora sconosciuta e perfino denigrata. Il padre di Elisa è un ingegnere e subito ne resta affascinato, ci si tuffa a capofitto e propone alle ragazze anche di aprire un blog. Erano tempi diversi, erano i primi spiragli di quello che sarebbe diventato il mondo e se Elisa è reticente, Bea ha già fiutato l’occasione e iniziato a perpetrare la sua strada. Si impone come la bella, viene denigrata e definitiva frivola per questo, eppure questo suo essere la porterà a fatturare 50 milioni di euro l’anno quando non sarà più Beatrice ma la Rossetti e di anni ne saranno passati quindici. Perché la Rossetti ci ha visto lungo e adesso tutto è cambiato, tutto ha uno spessore diverso. Anche la loro amicizia, un’amicizia che viene rivissuta per mezzo di diari di scuola e poi stesa su carta in un giorno con un altro in prossimità della Vigilia di Natale…
«Per quanto oggi possa suonare incredibile quando cominciarono a diffondersi i blog erano territorio di conquista non per quelle come Bea, ma per quelle come me. A chi navigava nel 2003 non fregava nulla di bellezza o di vestiti: erano aspiranti scrittori, oppure “amanti di qualcosa” come mio padre, che desideravano condividere la propria passione, persone in vena di esplorazioni e amicizie. L’imperativo era scoprire, non mostrarsi.»
Ma cosa ne è stato di Beatrice e di Elisa? Perché la loro amicizia è giunta alla fine? Cosa è successo? Silvia Avallone torna in libreria con “Un’amicizia”, opera che riporta l’attenzione del lettore a riflettere su un tempo che ormai ci sembra lontano anni luce ma che in realtà non lo è. Ci porta a guardarci indietro, a chiederci cosa è stato e cosa è, ci chiede di dare uno sguardo al nostro essere stati e al mondo che ci circonda. E ci chiede, ancora, se tutto questo, è davvero necessario, se una vita per essere vissuta ha davvero bisogno di essere raccontata.
Tanti sono i temi che affronta, senza paura e senza nulla risparmiare al conoscitore. C’è tanta filosofia, inoltre, tra queste pagine e c’è anche tanta introspezione. Lo stile narrativo è rapido, pungente, trattiene. Accelera per poi leggermente rallentare nella seconda parte quando è proprio la vicenda che ti chiede di diminuire la marcia della lettura per afferrare quei concetti, quei sottesi che chiedono di emergere tra le fila. La storia è interamente narrata da Elisa e il conoscitore è catapultato nella sua mente, nei suoi pensieri.
Un libro attuale, che chiede di essere letto, che parla di una storia che riguarda tutti noi e che semplicemente resta. Buona lettura!
«La vita ha davvero bisogno di essere raccontata, per esistere?»

Mezzanotte alla libreria delle grandi idee - di Matthew Sullivan

Adoro i libri dove passato e presente si intrecciano e direi che questo è proprio ben riuscito.
Da piccola Lydia riesce a salvarsi miracolosamente la vita da un temibile omicida. Il fatto la lascia piena di traumi e questioni non risolte che cerca di tenere nascoste durante sua vita da adulta. La finzione però le sarà sempre più difficile quando un cliente speciale della libreria dove lei lavora si suicida.
La narrazione è divisa tra i fatti del passato e quelli del presente che si avvicendano piano piano facendoci scoprire sia cosa è successo veramente la notte di tanti anni fa, sia quella del presente in libreria.
Un thriller molto intrattenente, consigliato agli amanti del genere.

Il fondamentalista riluttante - Mohsin Hamid

Scritto sotto forma di monologo, questo libro è senza ombra di dubbio uno dei più interessanti che mi sia capitato di leggere quest'anno.
Il protagonista, un giovane Pakistano emigrato negli Stati Uniti vive la vita perfetta: ha prima ottenuto una borsa di studio in un'università prestigiosa,conduce una carriera brillante, vive nella cosmopolita New York. Tutto sembra andare per il meglio. Finchè non arriva l'11 Settembre.
Questo evento sconvolge la sua vita e lo porta a fare riflessioni profonde riguardo i suoi ideali, la sua cultura e quella del paese dove vive.
Brillante, si legge tutto d'un fiato.

Storia della bambina perduta - Elena Ferrante

Siamo giunti all'ultimo libro della saga de Lamica geniale (meno male, oserei dire).
Il racconto di Elena e Lina, partito benissimo a mio parere, va lentamente sciupandosi e alla fine della serie mi viene quasi da domandarmi se l'autrice sia sempre la stessa.
L'infanzia e l'adolescenza delle due protagoniste recavano buoni propositi, dall'età adulta in poi la storia diventa un romanzo rosa poco interessante e assai prevedibile.
A questo punto vi consiglio di leggere solo i primi due libri, la seconda metà lascia a desiderare purtroppo.

La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano

Ammetto di aver iniziato questo libro spinta dalla curiosità. La sua notorietà di qualche anno fa me lo aveva fatto immaginare come un libro fantastico, un must insomma. Leggendolo però mi sono ricreduta.
Non provo spesso la sensazione di disagio durante la lettura e se lo faccio è perché riesco ad essere empatica nei confronti dei personaggi. In questo caso ho provato disagio sin dalle prime pagine, quando il primo evento traumatico segna rispettivamente Alice e Mattia.
Avevo speranza di veder evolvere i due protagonisti, crescere e diventare adulti con il loro posto nel mondo, ma loro non ci riescono, rimangono emarginati dall'inizio alla fine.
Onestamente non capisco come questo libro possa esser piaciuto così tanto e soprattutto non capisco come possa essere una lettura consigliata a scuola ai ragazzi di oggi.

Hunger games - Suzanne Collins

Per chi ha amato la saga di Hunger Games, la lettura di questo prequel è d'obbligo. Il protagonista è un giovane Coriolanus Snow, alle prese con la vita scolastica post bellica e le difficoltà che la guerra ha fatto gravare sulle sue spalle.
Interessante la scelta di rendere l'antagonista della saga precedente il protagonista del prequel. Sono stata molto curiosa durante tutta la lettura del libro di come fosse possibile che un ragazzo così sensibile potesse diventare lo spietato presidente di molti anni dopo.
Sicuramente ci sono stati di base alcuni segni caratteriali, però è ironico che alla base di tutto, secondo la Collins, sia stato proprio l'amore la causa scatenante del cambiamento drastico in Coriolanus.
Carini i tanti collegamenti con la saga, come per esempio la ballata dell'albero degli impiccati e l'origine delle ghiandaie imitatrici.
Insomma, se non sapete di cosa sto parlando è proprio il caso di rimediare leggendo la saga!

Storia di chi fugge e di chi resta - Elena Ferrante

Questo è il terzo volume della saga de L'amica geniale. Ritroviamo le protagoniste esattamente dove le abbiamo lasciate: Elena alla presentazione del suo primo libro, Lila a lavorare nella fabbrica di salumi.
Ormai la storia sembra scritta per le due ragazze, Elena in salita, sempre più cosciente del successo che sta incassando, Lila in discesa, abusata sempre di più e sfinita dalla propria esistenza. La fortuna di una sembra dover significare sempre la disgrazia dell'altra. Ma la vita è piena di soprese per queste ragazze e un ribaltamento delle sorti è dietro l'angolo.
Per chi ha letto i libri precedenti della saga questa è una lettura obbligatoria.
E grande sorpresa per me come lettrice: ho rivalutato le mie simpatie e antipatie per le protagoniste!

La ragazza dello Sputnik - Murakami Haruki

Da grande amante di Murakami ho letto la maggior parte dei suoi romanzi (in ordine casuale) e mi sono piaciuti tutti, soprattutto per i tratti di realtà onirica che li caratterizzano.
Questo è forse il primo libro che invece mi lascia con l'amaro in bocca. La storia è ben sviluppata e i personaggi hanno un buon approfondimento, soprattutto il narratore di cui, nonostante non veniamo mai a conoscenza del nome, risulta comprensibile a livello empatico. Eppure mi sembra che manchi qualcosa. Il libro si chiude troppo frettolosamente e manca una spiegazione (anche se onirica) che giustifichi la scomparsa di Sumire.
Insomma, questo non è affatto tra i libri meglio riusciti di Murakami. Fortuna che non ho iniziato a leggerlo proprio partendo da questo romanzo, altrimenti è probabile che non avrei mai proseguito.

Alta fedeltà - Nick Hornby

Rob è stato lasciato da Laura, all'improvviso e senza spiegazioni. Nonostante finga di star bene (come molti di noi fanno dopo una rottura), il racconto segue le vicessitudini che lo portano a dare un senso a tutto.
Ironico, pungente, a volte imbarazzate. Rob è uno di noi, una persona qualunque, che affronta i propri sentimenti e sbaglia, poi si corregge, poi sbaglia ancora.
Se siete amanti della musica ve lo consiglio perché ci sono una miriade di citazioni musicali.
Libro molto piacevole, ne hanno tratto anche un film e una recentissima serie tv. Consigliato anche per gli amanti del grande schermo.

...che Dio perdona a tutti - Pif

Ogni estate mi concedo una lettura leggera e questo libro è decisamente l'ideale da portarsi in vacanza, al mare o in montagna.
Pif racconta, con molta ironia, la storia di Arturo, un uomo che non ha ancora trovato una donna che gli piaccia tanto quanto i dolci e la ricotta. Finchè non arriva Flora a sconvolgergli la vita.
Un libro che fa sorridere, ma anche riflettere sulla propria identità religiosa. Per essere credenti basta credere o dobbiamo mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti al catechismo, piano piano dimenticati o semplicemente ignorati? A ciascuno la propria risposta.
Cosa mi lascia questo libro? Divertimento, intrattenimento, e soprattutto una voglia matta di tornare in Sicilia per gustarmi le prelibatezze della pasticceria locale.

Il mondo nuovo - Aldous Huxley

Il genere distopico è senza ombra di dubbio uno dei miei preferiti e questo libro è uno tra i migliori del genere che abbia letto negli ultimi tempi.
La cosa veramente stupefacente è la modernità disarmante narrata in questa storia. Huxley potrebbe essere nostro contemporaneo per il mondo che discrive, invece è vissuto nel secolo scorso. Tanto di cappello, insomma.
La storia è altamente intrattenente, per nulla banale e prevedibile. La società del mondo nuovo è una comunità dove l'io viene annullato per il bene della comunità: nessuno è più solo e infelice. Interessante il contrasto con la società di selvaggi reclusi nella riserva naturale.
Un libro che consiglio a tutti per farsi un viaggio (mentale) in un futuro davvero sorprendente.

Cent'anni di solitudine - Gabriel Garcia Marquez

Questo romanzo è l'emblema della corrente letteraria del Realismo magico. Attraverso la storia della famiglia Buendia vediamo scorrere in poco più di 400 pagine la storia della Colombia vista dagli occhi di personaggi senza età come la capofamiglia Ursula.
La storia, permeata di una sensualità travolgente sa trasportarci in un mondo dove il reale ed il magico si mischiano così bene da non distinguerne più i confini.
Nonostante una partenza lenta e difficoltosa (la presenza di molti personaggi con lo stesso nome e lo stile di Marquez) mi sono goduta il libro e ho appreso fatti accaduti in una parte di mondo, la Colombia, della quale, ahimé, non so molto. Forse non leggerò altro dello stesso autore ma questo mi è piaciuto.