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Rumore bianco
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DeLillo, Don

Rumore bianco

Torino : Einaudi, 1999

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Don Delillo è un grande scrittore. Lo è per la qualità eccelsa dei suoi testi, per la sua capacità di scrivere dialoghi sempre originali, per l'abilità di creare personaggi interessanti. Non a caso è citato quale fonte di ispirazione da molte scrittrici e scrittori assai quotati. I suoi romanzi, tuttavia, hanno spesso trame poco potenti, che non inchiodano il lettore alle pagine e che, in termini di importanza, soccombono di fronte al peso preponderante di situazioni sempre al limite della follia e di dialoghi lunghi e molto ben articolati. “Rumore bianco” non fa eccezione. Parte piuttosto in sordina, con una sezione intitolata “Onde e radiazioni”, un centinaio di pagine in cui ci vengono presentati i principali protagonisti. Sono pagine davvero lente e occorre un atto di fiducia nei confronti dello scrittore per proseguire oltre con la lettura. La scarsa empatia che Delillo, come suo solito, sembra provare nei confronti dei suoi personaggi, che tratta anzi con spietatezza, evidenziandone gli aspetti più sordidi e gretti, non aiuta a entrare in simbiosi con i protagonisti della storia narrata. Con l’inizio della seconda parte, intitolata “L’evento tossico aereo”, arriva un primo cambio di ritmo e si cominciano a delineare gli intenti, che l’ultima parte del romanzo, “Dylarama”, sviluppa ampiamente. Di cosa parla questo libro? Contrariamente a ciò che lascia intendere il titolo, il tema centrale non è l’invadenza della tecnologia nel mondo moderno, che pure esiste. Il tema centrale sono le vite di tutti noi. Vite minacciate dall’inquinamento (nube tossica), dalle onde elettromagnetiche che agiscono sulle cellule del corpo umano, dalla delinquenza (che rende necessario il possesso di armi per autodifesa). In un ambiente sempre più ostile, gli uomini conducono le loro giornate secondo il ciclo produzione (lavoro) - consumo (il culto del supermercato) - famiglia. Ma le famiglie sono sempre più frammentate (Jack, il protagonista, è al quarto matrimonio e vive con la moglie Babette e molti figli nati dalle precedenti relazioni). In questo contesto minaccioso, la paura dilaga. Paura della morte, soprattutto. Una paura che neppure la fede in una delle tante religioni possibili può alleviare. Quando una nuova medicina sperimentale (il Dylar appunto), una droga capace di annullare la paura della morte, irrompe sulla scena, niente sarà più lo stesso, fino all’imprevedibile, e poco credibile, finale, in cui tutto si ricompone. Un piccolo messaggio di speranza? Un romanzo da leggere quindi, ma con attenzione, perché neanche i dialoghi accelerano il ritmo (quello tra Jack e Murray sulla morte e sull’aldilà occupa più di dieci pagine). Meno folle di “Cosmopolis”, meno rarefatto di “Body art”, meno creativo di “Great Jones Street” ma più a fuoco di questi e dell’ultimo, brevissimo, “Il silenzio”, il romanzo piacerà a tutti i lettori che amano la ricerca estrema della parola giusta e l’originalità dei testi.

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