La portalettere
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Libri Moderni

Giannone, Francesca

La portalettere

Abstract: Salento, giugno 1934. A Lizzanello, un paesino di poche migliaia di anime, una corriera si ferma nella piazza principale. Ne scende una coppia: lui, Carlo, è un figlio del Sud, ed è felice di essere tornato a casa; lei, Anna, sua moglie, è bella come una statua greca, ma triste e preoccupata: quale vita la attende in quella terra sconosciuta? Persino a trent'anni da quel giorno, Anna rimarrà per tutti «la forestiera», quella venuta dal Nord, quella diversa, che non va in chiesa, che dice sempre quello che pensa. E Anna, fiera e spigolosa, non si piegherà mai alle leggi non scritte che imprigionano le donne del Sud. Ci riuscirà anche grazie all'amore che la lega al marito, un amore la cui forza sarà dolorosamente chiara al fratello maggiore di Carlo, Antonio, che si è innamorato di Anna nell'istante in cui l'ha vista. Poi, nel 1935, Anna fa qualcosa di davvero rivoluzionario: si presenta a un concorso delle Poste, lo vince e diventa la prima portalettere di Lizzanello. La notizia fa storcere il naso alle donne e suscita risatine di scherno negli uomini. «Non durerà», maligna qualcuno. [...]


Titolo e contributi: La portalettere / Francesca Giannone

Pubblicazione: Milano : Nord, 2023

Descrizione fisica: 414 p. ; 23 cm

ISBN: 978-88-429-3484-4

Data:2023

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.), Italiano (lingua dell'opera originale)

Paese: Italia

Serie: Narrativa ; 864

Nomi: (Autore)

Classi: 853.92 NARRATIVA ITALIANA, 2000- (21)

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2023
Testi (105)
  • Genere: fiction

Sono presenti 17 copie, di cui 16 in prestito.

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Empoli N 853.914 GIA
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Ultime recensioni inserite

"La Portalettere" è un’opera completamente priva di stile e come tale, salvo rare e lodevoli eccezioni, è da derubricarsi nella letteratura di genere “rosa”, dato che in Italia i generi si distinguono con i colori. "Quando leggo un romanzo", diceva Céline (e iddio solo sa quanto mi stia sullo stomaco), "ricerco lo stile dell’autore perché di storie è pieno il mondo". Lo stile, per dirlo in breve, è la somma non algebrica tra diversi addendi: la "forma mentis" dell’autore (spesso la mancanza di sanità mentale ha creato capolavori), l’"ésprit du temps" (la lingua che viene usata sia nell’ambiente ristretto dell’autore, sia nel mondo che accoglie fisicamente l’autore in un dato periodo), sia l’"intentio auctoris" (di cui Flaubert era un maniaco ovvero la cura per ogni singola frase e, anche, il significato che si cerca scrivendo: è lavoro? Si viene pagati a pagine? Sono convinto di scrivere l’opera di riferimento per il prossimo millennio?). In tutta l’opera ho individuato solo una frase di stile, in prima pagina: "Umido di afa, il vento faceva oscillare le foglie della grande palma al centro della piazza deserta". È un po’ poco per un libro che, seppur generosamente rilegato, supera le quattrocento pagine. Il resto è scrittura, solida, banale.
   Le avvisaglie comunque erano già nella prima riga: "La notizia si diffuse come un lampo lungo ogni strada e vicolo del paese". Chi non ha studiato letteratura non noterà forse niente di particolare ma per coloro che hanno, invece, studiato non sarebbe necessario sottolineare quanto quest’incipit sia tremendo.

1) La similitudine come un lampo è banale ed è corredo dell’italiano standard. Delle due, l’una: o l’autrice l’ha messo inavvertitamente e non ha notato niente di strano e quindi non è una grande scrittrice (il che non vuol dire che non sappia scrivere o che sia una brutta persona), oppure l’intenzione dell’autore è parodica, un po’ come se si iniziasse un racconto con un incipit chiaramente rubato come "Quel ramo del lago di Como" (e in effetti, questa sì, è una frase di stile). Cosa avrebbe potuto metterci? Prendiamo a prestito Flaubert che pure è citato nel libro, mettiamoci un bell’avverbio pesantissimo che in italiano forse abbiamo: velocemente, celermente, rapidamente, lestamente, prontamente, sollecitamente, sveltamente, alla presta, tempestivamente, ci stiamo avvicinando ma che dire di rattamente (un po’ vecchio), istantaneamente (ci siamo quasi), fulmineamente (!), subitaneamente (!!) e, buon ultimo, repentinamente?

2) L’uso del passato remoto. Il romanzo, sin dalla sua nascita (ma NON nella sua evoluzione) ha un uso prediletto di questo tempo. Esso significa che qualcosa è avvenuto, è finito ed adesso ne cogliamo i frutti oppure ne aggiustiamo i danni. La caratteristica principale del passato remoto è che è rassicurante. È un dato di fatto che pone il lettore e l’autore entrambi con le spalle al muro evitando di farsi domande, quelle domande che invece la letteratura dovrebbe stimolare. Il passato remoto è la risposta. State per leggere una storia fatta e finita, prendere o lasciare. C’è chi prende e c’è chi lascia.

   Perché c’è chi lascia? È presto detto: perché negli Stati Uniti i fumetti di avventura e di guerra sono stati sostituiti dai supereroi? Perché la quotidianità non ha niente di interessante. A farci caso i grandi romanzi ottocenteschi sono pieni di supereroi: il popolo di Balzac obbediva e subiva delle leggi della società che per la prima volta venivano narrate in maniera quasi sistematica. Il popolo di Zola erano dei campioni di sfortuna. Il popolo di Flaubert erano dei campioni del niente che realizzavano che ingrandendo il proprio io a dismisura non li avrebbe portati letteralmente (è il caso di dirlo) da nessuna parte. Ne "La Portalettere" i nomi sono tutti assolutamente dimenticabili: Carlo, Antonio e Anna. L’autrice ci aggiunge un’altra ventina di comprimari, mio nonno li avrebbe chiamati Cecco, Beppe e Tonio. Perbacco, mettici un nome memorabile tipo Agamennone o Baldassare anche così per variare. Dopo poche pagine si comincia a perdere i riferimenti: chi è Carlo? Chi è Daniele? Chi è Lorenza?
   La descrizione dei personaggi langue e quindi ci si perde neanche tanto volentieri, quello che fanno è vivere la loro vita, si amano, lavorano, si lasciano, si riprendono ma, ahimè, a meno che non si riesca a legare il lettore a un determinato personaggio, ciò che questo personaggio fa, e non è mai e poi mai niente di che, diventa incredibilmente non interessante. L’ama. Chi?, ah. Non l’ama, chi? Ah. Muore, chi? Ah. È per questo che si lascia un romanzo, che io ho letto perché essendo “di moda” volevo vedere cosa ci fosse scritto e confrontarmi ogni tanto con un libro “di cassetta”.
   
   Ci sono dei momenti particolarmente negativi, ne cito due per tutti: a pagina 17 c’è una sinestesia: "Si lisciò prima i baffi e con gli occhi chiusi s’inebriò di quell’odore speciale che il suo paese aveva sempre avuto, un miscuglio di pasta fresca, origano, terra bagnata e vino rosso". A parte che essendo toscano quando si parla di vino tendo ad inalberarmi. Immaginiamo la scena, lui e lei scendono nella piazza del paesello rigorosamente in pieno meriggio perché al sud fa sempre caldo (stereotipo). Lui e lei abitavano in Liguria (mica a Oslo) ed adesso sono in provincia di Lecce. Ma davvero camminando per le strade di un piccolo paese salentino si sente l’odore di pasta fresca, origano e vino rosso? L’unica possibilità è che il torpedone avesse avuto un incidente e fosse finito dentro un’osteria, sterminando tutti gli avventori. Ma perché non si può scrivere: "Si lisciò prima i baffi e con gli occhi chiusi si inebriò al ricordo di quell’odore speciale che stava per rivivere: un miscuglio ecc…"?
   L’altro è a pagina 205: La mattina del 25 novembre, nella cabina elettorale, Anna prese la matita e indugiò a lungo fissando la scheda. Poi tracciò una croce sul simbolo del Partito Comunista. Nessuno lo avrebbe mai saputo, all’infuori di lei stessa. E nient’altro contava. Come? Cosa? Stragulp! In un paesello rurale del Salento appena dopo guerra? Su cento voti ci saranno stati si e no dieci voti comunisti e tutti sapevano chi fossero. TUTTI avrebbero saputo che c’era un voto in più e di chi era. Chi era comunista in campagna e al sud, a quei tempi, doveva stare in casa con il fucile pronto. Da qui si vede che l’autrice è di giovane età. Ovviamente posso sbagliarmi e che Lizzanello sia stato nell'immediato dopo guerra un paese con una mentalità relativamente moderna ma ancora nel 1958, vado a memoria, Ugo Gregoretti fece un documentario sui lavoratori dei latifondi siciliani, gente che viveva in baracche mentre a Milano sfilavano Balenciaga e le sorelle Fontana (citate nel libro) e che non aveva la minima idea di cosa fosse l’ormai decennale Repubblica Italiana e che, in tutta probabilità, non erano nemmeno segnati all’anagrafe, come gli animali da cortile. C’è su YouTube.
   La letteratura di genere, tuttavia, è questa: personaggi senza profondità con nomi banali che vivono la loro vita che le persone leggono per evitare l’impegno e confrontarsi con la complessità dello scibile. Ed è umano e comprensibile che la gente non abbia la minima intenzione di farsi nuove domande senza aver prima risposto a quelle questioni che sono già aperte sul tavolo in attesa di risposta. Ma non viene anche a voi in bocca il sapore di tempo perso per non aver imparato nulla?

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